Il bail-in dietro lo schiaffo della Merkel a Renzi

30 giugno 2016 ore 12:00, Luca Lippi
Dopo il summit, seguito alla Brexit, fra Hollande, il nostro Presidente del consiglio Matteo Renzi e la cancelliera tedesca Merkel, probabilmente deve essersi creata qualche incomprensione. 
I fatti sono i seguenti:
Angela Merkel risponde a una domanda sui nuovi spazi a politiche di flessibilità, in particolare per il settore bancario, riferiti all'Italia. La risposta è piuttosto decisa: “Credo che sia stata concessa una certa flessibilità a certi Paesi per favorire la crescita. Guardando soprattutto all'Italia, posso dire che abbiamo adottato diverse soluzioni, ma non possiamo ridiscutere ogni due anni le regole del settore bancario”.
Ricordiamo che il governo italiano negli ultimi giorni ha provato a sondare il terreno sulla possibilità di una sospensione del bail in, la normativa entrata in vigore l’1 gennaio di quest’anno secondo la quale a farsi carico del salvataggio degli istituti in difficoltà devono essere azionisti, obbligazionisti subordinati e correntisti con più di 100mila euro sul conto. I motivi che anno prodotto la necessità della direttiva sono quelli di evitare ricadute sulle casse pubbliche e di conseguenza sulle tasche di tutti i contribuenti. 
Dopo la vittoria della Brexit, però, la vulnerabilità degli istituti italiani zavorrati da 200 miliardi di crediti deteriorati lordi si è fatta sentire: venerdì 24 e lunedì 27 hanno subito pesantissime perdite a Piazza Affari. E secondo Palazzo Chigi il bail in contribuisce a ridurre la fiducia dei risparmiatori nel sistema. Così, stando a quanto è emerso, ha tentato di ottenere un via libera all’iniezione di aiuti pubblici o all’utilizzo, in caso di necessità, di altri strumenti per rafforzare il capitale delle banche e aiutarle a sgravarsi delle sofferenze. 
Jean Claude Juncker in qualche modo avrebbe fatto capire che una deroga fosse possibile, ma immediatamente la Merkel ha reagito, di fatto attaccando la strategia invocata dal governo italiano.
Matteo Renzi, di contro, risponde: “Nessuno di noi vuole cambiare le regole. Le regole sono state cambiate una volta, nel 2003, per consentire a Francia e Germania di sforare il tetto del 3%, e il governo Berlusconi fece un favore a Francia e Germania. Noi le regole le rispettiamo”.
Non si ferma qui la reazione di Matteo Renzi: “Spagna e Portogallo rischiano sanzioni per il deficit. Una cosa che non riguarda l'Italia. Noi abbiamo l'1,8 di deficit, il più basso degli ultimi dieci anni", e poi sottolinea: "Noi abbiamo messo il sistema bancario in sicurezza, abbiamo fatto pulizia, abbiamo fatto l'operazione banche popolari che serve ad evitare gli scandali, mi auguro che le azioni di responsabilità si facciano".

Il bail-in dietro lo schiaffo della Merkel a Renzi

Nella sostanza, secondo fonti del governo tedesco, riportate da Bloomberg, la Germania è contraria a qualsiasi tentativo volto a proteggere gli investitori se il governo italiano va avanti col piano per ricapitalizzare le banche. Berlino punta ad applicare le regole dell'Ue nel salvataggio degli istituti di credito, imponendo dunque perdite su azionisti e alcuni creditori prima che vengano utilizzati soldi pubblici.
Quello che emerge da questa situazione, è che la Merkel rivendica la sovranità della Germania sulla Ue, e in questo caso, come già scritto nei giorni scorsi, sarebbe giusto che nel ruolo di guida la Germania dovrebbe farsi carico direttamente dei problemi dell’Unione, se di “unione” possiamo ancora parlare.
Nei fatti, Renzi reagisce ma non agisce; oltretutto sottolinea quanto fatto dall’ex premier Berlusconi (via libera al salvataggio delle banche tedesche) in parte condividendone indirettamente la decisione, e contestualmente si riallinea immediatamente alla cancelliera senza approfittare dell’occasione di “scarsa popolarità” delle politiche di rigore sostenute dalla Germania.
Non si profila un buon futuro per il Paese che rischia un lento commissariamento e anche essere travolto dall’ondata nazionalista ed euroscettica crescente in tutta Europa e soprattutto nel nostro Pese. Ora il referendum si potrebbe trasformare in “pistola fumante”.

autore / Luca Lippi
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