Bail-in, l’Italia non è in sicurezza (ma non è la Grecia o Cipro)

30 giugno 2016 ore 16:21, Luca Lippi
Dal summit dei governatori delle banche centrali non è emerso molto, o meglio, non è emerso molto più di quanto sia possibile ipotizzare con gli elementi e dopo le decisioni già operative dal gennaio di quest’anno, riguardo una possibile evoluzione della questione delle sofferenze bancarie che torna sotto la luce dei riflettori proprio in queste ore che sono dominate dall’umore del dopo Brexit.
Quanto corre sulle pagine dei media, e parliamo nello specifico del rischio bail-in, non è una novità nel panorama delle risoluzioni bancarie, staremo per dire essere l’unica soluzione. Del resto è stato imposto (il bail-in) dall’Ue proprio perché non ci sono soluzioni alternative e soprattutto non si vogliono trovare percorrendo la strada più veloce.
Da quel poco che è emerso dal summit dei banchieri centrali del 27 ultimo scorso, sembrerebbe che la situazione sia molto fluida e quindi, per definizione, potrebbe cambiare da un momento all'altro.
Draghi chiede unità di intenti ai governatori centrali proprio per mettere in difficoltà Bruxelles, che con la direttiva sui salvataggi delle banche in difficoltà non lascia spazio a interpretazioni fantasiose.
Allo stato attuale per mettere in salvo (o in sicurezza) il sistema bancario o parte di esso, esistono tre possibili soluzioni:
I - Il ricorso al fondo ESM (quindi commissariamento della Troika);
II - Bail-in delle banche in difficoltà, con annessa “tosatura” dei risparmiatori;
III - Uscita dall'euro e ritorno alla moneta unica;

In origine si era parlato di un piano da 40 miliardi di euro, e quindi sarebbe l’ipotesi “I”, che implicitamente considererebbe anche l'ipotesi “II”, ossia gli aiuti del fondo Esm con annesso bail-in. 
La terza ipotesi, è stata elencata ma ovviamente è fuori discussione giacché non esiste nessuna volontà politica al riguardo e poi determinerebbe la rottura definitiva dell’euro. Quindi, rimangono le prime due soluzioni.
Ecco, questo è il motivo per cui si parla tanto di bail-in in queste ore, e succederà ogni volta che ci sarà una difficoltà qualunque sia l’origine o il referendum di turno.

Bail-in, l’Italia non è in sicurezza (ma non è la Grecia o Cipro)

Detto questo, proviamo a usare la ragione (tanto la palla di vetro non ce l’ha nessuno). Lo scenario appena descritto ha poche possibilità di realizzarsi, per diversi motivi.
Commissariare l’Italia non è la stessa cosa che commissariare Cipro o la Grecia; l’Italia ha un peso politico ed economico internazionale di tutto prestigio e comunque, anche la peggior politica entrerebbe immediatamente in contrasto con Bruxelles, la seconda ipotesi, altrettanto insostenibile in termini economici e politici, comporterebbe l'ulteriore deterioramento della fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni europee, accrescendo il risentimento popolare. Cosa che, evidentemente, Bruxelles non può permettersi, anche alla luce del risultato del referendum in Gran Bretagna.
In sintesi, questo ricatto politico facilmente ostentabile, potrebbe costituire l'elemento politico offerto in pasto all'opinione pubblica per aprire la strada a salvataggi pubblici, aprendo, di fatto, un corridoio utile anche ad altri paesi (considerato che le banche di altri paesi non sono in perfetta forma), derogando al principio degli aiuti di stato, proprio grazie alla straordinarietà degli eventi; circostanza peraltro prevista dall'art. 107 del trattato di Lisbona, che stabilisce che "possono essere considerati compatibili con il mercato interno  gli aiuti destinati  ....  a porre rimedio a un grave turbamento dell'economia di uno Stato membro".
A sostegno di questa ipotesi c’è il quadro politico italiano; il governo Renzi già dopo le amministrative perde consensi e il PD, come noto, è fortemente spaccato al proprio interno. In autunno è la volta del referendum sulle riforme costituzionali  e presentarsi a questo evento con la fiducia in forte deterioramento, con una leadership fortemente indebolita e con il malcontento popolare che potrebbe salire in relazione agli eventi che potrebbero determinarsi sul settore bancario, in caso di vittoria del "NO", potrebbe spalancare le porte alle dimissioni del Primo Ministro, avviando una stagione con un quadro politico fortemente incerto, che potrebbe gli euroscettici che saranno anche populisti, ma in concreto ingolferebbero le politiche UE. Sia la politica italiana sia quella europea non hanno alcun interesse che questo accada. In questo contesto, la Brexit potrebbe essere l'elemento politico da offrire in pasto all'opinione pubblica (e alla Ue) per giustificare l'intervento pubblico. D'altra parte l'Italia, grazie agli interventi della Bce, non ha problemi di accesso ai mercati per finanziare l'operazione di salvataggio.
La seconda motivazione trova fertilità nella cecità di certe politiche di emergenza, imprimere una forte stretta fiscale ha procurato effetti ampiamente visibili nella distruzione economica prodotta.
Tali effetti emergono anche attraverso la fragilità di molte banche. Già dal 2011, sapendo che la distruzione dei redditi avrebbe prodotto l'esplosione delle sofferenze bancarie, il governo avrebbe dovuto agire per creare una barriera protettiva a favore delle banche, come è stato fatto in altri paesi della zona euro, in un contesto normativo più favorevole rispetto a quello attuale (le regole sul bail-in, a quell'epoca, non esistevano). 
Invece, si è preferito nascondere la polvere sotto al tappeto, salvo poi accorgersi che il sistema bancario non è così solido come si voleva far credere. Ma la responsabilità più rilevante sta nel fatto che, nel frattempo, pur conoscendo l'evoluzione affatto rassicurante delle sofferenze bancarie (che avrebbe portato all'erosione del capitale della banche), mentre gli altri pesi salvavano le proprie banche con i soldi pubblici, si sono recepite le norme sui salvataggi bancari a carico dei risparmiatori  e, fatto ancora più grave, si sono versati circa 60 miliardi di euro (garanzie incluse)  nei vari fondi di salvataggio, che sono serviti per salvare le banche di altri paesi (Francia e Germania), esposte nei confronti delle banche greche e spagnole. Una catena interminabile di responsabilità che rappresentano il trionfo dell'improvvisazione (nel migliore dei casi), oppure quello della malafede (nel peggiore dei casi).
Insomma, il salvataggio statale delle banche italiane, costituirebbe un salvacondotto anche per le gravi responsabilità a carico di chi ha governato l'Italia negli ultimi anni, anche se non sarebbe un elemento determinante ai fini delle decisioni che verranno prese.
Questo dice la logica che fino a prova contraria contrasta il velo di terrorismo psicologico che si sta innescando. La conclusione è che il bail-in c’è e c’è dal 1 gennaio di quest’anno, qualunque cosa accada, e qualunque cosa accadrà in futuro.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]