Le linee guida della Cei sulla pedofilia. La polemica e la verità

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Le linee guida della Cei sulla pedofilia. La polemica e la verità
30 marzo 2014, Federico Canzi
Le linee guida della Cei sulla pedofilia. La polemica e la verità
Non era passato troppo tempo dalla pubblicazione sul sito della CEI delle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” che già si era scatenata sul web l’accusa: i Vescovi non avrebbero l’obbligo giuridico di denunciare gli abusi, ergo la Chiesa proteggerebbe i pedofili.
Ma la realtà dei fatti è un’altra. Le linee guida ribadiscono infatti che, per il diritto canonico, il Vescovo ha ben più di un obbligo giuridico di denuncia: quando ha notizia di possibili abusi in materia sessuale deve non solo verificare la verosimiglianza della notitia criminis ma anche espletare l’indagine previa al processo penale, salvo deferimento diretto. Sarà poi la Congregazione per la Dottrina della Fede, terminata l’indagine, ad assumere le decisioni conseguenti affinché i delitti vengano perseguiti per via giudiziale. Il nocciolo della questione è che il procedimento canonico è autonomo da quello che si svolge secondo il diritto italiano, dove la denuncia penale è strutturata come atto tipicamente facoltativo, salvo alcuni casi in cui è prevista l’obbligatorietà in ragione della speciale qualifica del soggetto (ad es. pubblico ufficiale). Di regola, il cittadino non ha l’obbligo giuridico di denunciare il reato del quale sia venuto a conoscenza; e per lo Stato Italiano un Vescovo non è né più, né meno, di un qualsiasi cittadino. Ecco allora che la frase incriminata (Nell’ordinamento italiano il Vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico – salvo il dovere morale di contribuire al bene comune – di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti Linee guida”) lungi dall’escludere i Vescovi da un obbligo giuridico che in realtà nemmeno la legge italiana prevede, richiama semmai il dovere morale e civile di contribuire al bene comune, cooperando con le autorità civili. Forse meno inquinamenti e veleni farebbero bene non solo all’aria, ma anche all’informazione.  
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