Unioni civili, il "consiglio" di Betori ai cattolici in Aula e quel richiamo ad Habermas

30 marzo 2015, Americo Mascarucci
Unioni civili, il 'consiglio' di Betori ai cattolici in Aula e quel richiamo ad Habermas
L’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori si è appellato persino al filosofo tedesco Jurgen Habermas per difendere il diritto della Chiesa di entrare a gamba tesa nella polemica riguardante la nuova legge sulle unioni civili. 

Il filosofo infatti pur essendo profondamente laico, ha difeso il diritto della religione di intervenire nella vita pubblica e di non restare relegata al solo ambito spirituale. 

In effetti la posizione della Chiesa spaventa molto i laicisti che finalmente vedono nel disegno di legge Cirinnà il superamento di quelle restrizioni che fino ad oggi hanno garantito alla famiglia fondata sul matrimonio una specifica unicità. Privilegio questo che sarebbe fortemente compromesso nel caso in cui il ddl fosse definitivamente approvato. 
Nel Governo è forte l’opposizione dei cattolici del Nuovo Centrodestra che ritengono il testo troppo sbilanciato in favore di un’equiparazione delle convivenze civili alle unioni matrimoniali. Sotto accusa c’è soprattutto la forte apertura ai diritti delle coppie gay che potrebbero vedersi riconoscere, oltre ai diritti di coppia, anche la possibilità di adottare il figlio biologico di uno dei due partner. 

Soprattutto su due punti, il riconoscimento delle unioni fra persone dello stesso sesso e la possibilità di adottare i figli ottenuti con l’utero in affitto, che si concentrano le dure critiche dei vescovi destinate a risuonare con vasta eco nei palazzi della politica. Da qui quindi la speranza, ma sarebbe meglio dire il tentativo, di “tappare la bocca” alla Chiesa impedendogli di intervenire, per scongiurare il rischio di possibili “ingerenze” nelle libere scelte dei parlamentari. 
Fermo restando che ogni singolo deputato e senatore è libero di votare secondo coscienza, per quale motivo la Chiesa non dovrebbe esprimersi sul disegno di legge in discussione, valutarlo, criticarlo, suggerendone modifiche sostanziali?
 
Perché, piaccia o no, in Italia la Chiesa continua a rappresentare la massima autorità in campo morale, un’autorità che però le viene spesso riconosciuta solo quando fa comodo. Ecco che se i vescovi, per esempio, contestano le politiche sull’immigrazione proposte dalla destra allora tutti in prima fila ad applaudirli, ma nel momento in cui intervengono nella difesa dei temi etici o della famiglia, allora tutti a tentare di “tappargli la bocca”. 

Il cardinale Betori ha invitato i cattolici presenti in Parlamento a non lasciarsi “intimidire” dalle inevitabili pressioni e polemiche che potrebbero svilupparsi intorno alla posizione della Chiesa sul tema delle unioni civili. Si sta facendo sempre più palpabile nell’opinione pubblica la sensazione di un’intolleranza strisciante da parte di chi, per anni, si è definito discriminato e ha lottato per il riconoscimento di determinati diritti. 

Le organizzazioni gay, specie quelle più ideologiche e politicizzate, nel momento in cui stanno vedendo in larga parte riconosciute le loro battaglie e la concreta possibilità che anche in Italia possano essere introdotti quei diritti già assicurati in altri stati europei, sembrano passate dall’altra parte delle barricata, quella di chi vorrebbe impedire la libera espressione del dissenso a scapito di chi quei diritti è pronto a riconoscerli ma senza stravolgere l’ordinamento naturale. 

Quanti si ostinano a sostenere che il matrimonio è soltanto fra un uomo ed una donna e che un bambino può crescere esclusivamente con un padre ed una madre rischia di essere processato dal “tribunale dell’inquisizione laica” come è accaduto a Dolce e Gabbana, colpevoli di aver criticato la cultura dei “figli sintetici” quelli cioè creati in laboratorio con l’utero in affitto o con le metodologie artificiali. 

Si rischia insomma un oscurantismo di segno opposto e contrario, dove ad essere oscurati sono i diritti di quanti non vogliono accettare l’omologazione culturale del politicamente corretto che ci impone come vero ciò che, pur non essendo aprioristicamente falso, è comunque discutibile e contestabile; ad esempio la presunzione di far credere che un bambino possa crescere in una famiglia con due genitori dello stesso sesso che non si chiameranno più mamma e papà, bensì “genitore uno” e “genitore due”, e perché no pure “genitore tre o quattro”. 

Ci sono dei genitori che hanno dichiarato di non condividere “lezioni di gender” nelle scuole ma di accettare passivamente la situazione per non correre il timore di essere accusati di omofobia, messi all’indice ed emarginati all’interno della realtà scolastica. E la stessa cosa potrebbe avvenire anche in Parlamento, dove è pure molto forte il condizionamento della stampa, pronta a mettere all’indice quei deputati e senatori colpevoli di non adeguarsi allo spirito laicista. 

Da qui quindi l’invito di Betori a non lasciarsi intimidire e a non seguire quanti in nome della laicità dello Stato sostengono l’esigenza di tenere fuori la Chiesa e la religione dalla vita pubblica. Habermas invece che non è certamente un filosofo cattolico, sostiene l’esatto contrario ed è proprio a lui che guarda come punto di riferimento il cardinale arcivescovo di Firenze. 

Perché in fondo di Habermas in Parlamento e nella società, ce ne sono diversi, veri laici che pur non seguendo alla lettera le direttive della Cei rispettano il diritto dei vescovi di dire la loro e ancora di più quello dei cattolici a non uniformarsi al pensiero unico dominante, relativista e nichilista. Perché in fondo essere liberali dovrebbe significare soprattutto questo. 
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