Accordo franco-britannico sul Vicino Oriente: 1916-2016 da Sykes-Picot a Kerry-Lavrov

30 marzo 2016 ore 10:24, intelligo
di Alessandro Corneli

A un secolo esatto di distanza dall’accordo franco-britannico sul Vicino Oriente, noto come Patto Sykes-Picot, concluso il 16 maggio 1916, mentre era ancora in corso la Prima guerra mondiale, un nuovo accordo, questa volta russo-americano, definito Kerry-Lavrov dal nome dei rispettivi ministri degli esteri , potrebbe tentare di stabilizzare questa parte del mondo.

Si può ricordare il contenuto del Patto Sykes-Picot per alcuni aspetti. Anzitutto perché ebbe allora l’assenso della Russia zarista, alleata con Francia e Inghilterra contro la Germania, l’Austria-Ungheria e, soprattutto, l’Impero Ottomano. I Bolscevichi, quando presero il potere, denunziarono questo accordo segreto. La Russia di oggi, post-sovietica, in un certo senso riprende il suo posto al tavolo dei negoziati sul Vicino Oriente, facendo valere una presenza ben più antica di quella che possono vantare gli Stati Uniti che hanno acquistato influenza nell’area durante la guerra fredda. In secondo luogo perché la Turchia, penalizzata da quegli accordi, con l’ascesa di Kemal e la guerra greco-turca, è riuscita a ribaltare la situazione, a spese della Grecia, come fu ratificato nel Trattato di Losanna del 1923. In terzo luogo, questo stesso trattato autorizzò un ampio, e doloroso (specie per greci e armeni), scambio di popolazioni: in questa parte del mondo le colonne umane in fuga non sono quindi una novità.

Il 23 marzo scorso, il segretario di Stato americano John Kerry si è recato a Mosca dove ha incontrato il collega Sergej Lavrov e anche Vladimir Putin per parlare non solo della Siria, dopo la decisione russa di ritirarsi perché la missione era stata compiuta, ma dell’intera questione mediorientale e senza escludere l’ormai cronica vicenda ucraina che ha generato sanzioni che hanno danneggiato più i partner europei della Russia che non gli Stati Uniti che le hanno proposte e imposte. Il punto non è, ovviamente, la sorte personale di Bashir Assad, che è ormai un simbolo che può finire indifferentemente nella polvere o nell’altare. Il punto è trovare un equilibrio fra un ridimensionamento dell’area di influenza americana, estesasi enormemente con le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, che hanno messo in subbuglio tutta l’area mediorientale, scatenando le ambizioni della Turchia e dell’Arabia Saudita – complici i fallimenti delle “primavere arabe” -, e un riconoscimento del ruolo equilibratore della Russia che non può essere accusata, contro l’evidenza, di volere ricostruire l’impero, minacciando quindi tutti i suoi vicini dal mar Nero al mar Baltico. Russia e Usa, quindi, devono stabilire di considerare i loro amici un po’ meno amici di prima, per frenarne gli eventuali avventurismi, e i loro nemici un po’ meno nemici di prima, per indurli a politicvhe responsabili.

Per la Russia, in concreto, si tratta di frenare gli amici Siria e Iran, di considerare meno nemici la Turchia (e come Mosca ha reagito con misura all’abbattimento di un suo caccia da parte dei turchi è stato un comportamento esemplare e pagante) e l’Arabia Saudita (con cui può accordarsi sulle questioni petrolifere). Per gli Usa, si tratta di frenare gli amici sauditi e turchi (membro della Nato i primi, superforniti di armi i secondi) e di considerare meno nemici gli iraniani (già fatto con la ripresa del dialogo tra Teheran e Washington) e i siriani (dove però ci sono le dure prese di posizione del passato che devono essere superate con un compromesso, ad esempio lasciando Assad al suo posto per diciotto mesi fino alle elezioni).

La convergenza sui grandi temi faciliterà l’assedio all’Isis, la neutralizzazione definitiva di al Qaeda e il controllo dei talebani. Ma non sarà la pace perché difficoltà potranno venire dal Pakistan e dalle “mine umane” disseminate in Europa, il cui disinnesto probabilmente non potrà essere portato a termine dai soli europei senza l’aiuto congiunto di americani e russi. Questo sembra l’orientamento valido per questi ultimi mesi del presidente Barack Obama, oggettivamente tardivo, che potrebbe essere sconvolto dal nuovo presidente. Intanto è emerso con sempre maggiore chiarezza che proprio sul Vicino Oriente si è consumato il divorzio tra Obama e Hillary Clinton tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013. I suoi strascichi si stanno ripercuotendo nella campagna elettorale in corso: le critiche di Bill e Hillary Clinton a Obama e alla eredità che sta per lasciare sono sempre più pesanti. La tensione sale. Sarebbe un peccato che un’eventuale intesa Kerry-Lavrov facesse la fine del Patto Sykes-Picot.


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