S&P abbassa le stime di crescita di Europa e Italia, quanto si allontana la ripresa

30 marzo 2016 ore 15:09, Luca Lippi
Che ci sia una frenata in Europa nei riguardi della crescita è un dato di fatto, non è tanto una questione di provvedimenti di politica economica dei vari Paesi membri, piuttosto una congiuntura (ma questo non deresponsabilizza le politiche economiche scarse e spesso insufficienti e intempestive). Principalmente a incidere nella nostra area geografica è l’inizio burrascoso dei mercati finanziari e i timori per il rallentamento della crescita dei mercati emergenti che sarebbero candidati a raccogliere la produzione dell’Occidente.
Per questo motivo l'Eurozona almeno per quest'anno potrà contare su un solo "motore", ossia la crescita dei consumi interni.
Ecco che Standard & Poor's non ha perso la battuta per rivedere al ribasso le previsioni di crescita per l'economia della zona euro a +1,5% per quest'anno contro il +1,8% indicato in precedenza. Nel 2017 invece il ritmo di crescita dovrebbe lievemente accelerare a +1,6%. 

S&P abbassa le stime di crescita di Europa e Italia, quanto si allontana la ripresa

S&P ritiene che il pessimismo circa gli investimenti delle imprese è in parte ingannevole, come mostrano le recenti tendenze di ripresa nella maggior parte dei paesi, tranne che in Italia. E per l’Italia S&P taglia le stime di crescita: per l’Italia Pil +1,1% nel 2016 e +1,3% nel 2017.
Il problema del nostro Paese, nello specifico, è l’eccessivo “perimetro applicativo” delle aliquote ridotte. Agevolazioni e tax gap spingono l’Italia all’ultimo posto nell’Unione Europea per gettito Iva, mentre l’Irpef colpisce reddito da lavoro, pensione e impresa in maniera più pesante rispetto all’Europa.  La scarsa e poco attenta politica fiscale dei governi che si succedono nel nostro Paese stanno creando una vera e propria “fuga dall’Irpef” che aumenta di pari passo con la crescita del prelievo complessivo, configurandosi come una sorta di scorciatoia adottata da alcune categorie in relazione alle difficoltà e ai ritardi di una riforma tributaria intonata alla riduzione della pressione fiscale.
E’ quanto ha rilevato la Corte dei Conti nel rapporto annuale sui conti pubblici; l’imponibile dichiarato ma non tassato ammonta a 100 miliardi di euro, circa il 15% del reddito assoggettato a Irpef. Se non si modificano le regole del gioco, quindi, la sola riduzione delle aliquote progressive potrebbe accentuare tali diseguaglianze. Un ampliamento della base imponibile Irpef, invece, “renderebbe naturale riassorbirvi molte di tali misure. Così come l’allargamento degli imponibili Iva, ritenuto fra i meno distorsivi quanto a impatto sull’economia e giustificato dalla posizione di fanalino di coda che il nostro paese occupa nella graduatoria europea sul rendimento dell’imposta. Quindi quanto si contesta al nostro Paese (tendenza di ripresa assai scarsa rispetto ad altri Paesi della medesima area geografica) è motivata da quanto rilevato dalla Corte dei Conti, ed è quindi prevedibile che non vi siano “luci” in fondo al tunnel per diverso tempo, soprattutto con la certezza dell’aumento dell’Iva che andrà a deprimere ulteriormente i consumi e incentivare l’evasione. 
S&P ha anche tagliato la sua previsione sull'inflazione, ora attesa al +0,4% per quest'anno contro 1,1% indicato in precedenza, per poi salire a +1,4% il prossimo anno (da +1,5% precedente).
S&P pone l'accento sul fatto che le azioni delle banche centrali stanno avendo un minor impatto sull'inflazione e sulle prospettive di crescita, in parte perché alcune delle battaglie che stanno cercando di combattere sono al di là della loro portata (bassi prezzi delle materie prime, irregolare andamento delle valute dei mercati emergenti), e in parte perché non hanno supporto "da parte dei governi, come ad esempio le riforme strutturali per favorire la competitività e l'efficienza dei mercati del lavoro.

autore / Luca Lippi
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