"E' diabetica", bimba di 23 mesi rifiutata in 4 asili: è denuncia

30 settembre 2016 ore 12:24, intelligo
di Luciana Palmacci

Quattro asili nido di Reggio Calabria avrebbero rifiutato l’iscrizione di una bimba di 23 mesi perché affetta da diabete di tipo 1 insulino dipendente. Nessun docente degli istituti dell’infanzia, pubblici e privati della città, sarebbe intenzionato ad assumersi la responsabilità di prestarle assistenza in caso di eventuale malore. Il caso è stato denunciato dall'associazione “A.G.D. prof. Renato Caminiti” di Villa San Giovanni, associazione che da anni è impegnata sul territorio in attività di sensibilizzazione, informazione e formazione sul delicato fronte delle problematiche legate al diabete e in azioni di supporto ai giovani affetti da questa patologia e alle famiglie. “Sono numerosi gli istituti scolastici da me visitati, ha spiegato l'avvocato Raffaella Caminiti della A.G.D. “e in moltissimi contesti ho potuto toccare con mano i rilevanti disagi e le difficoltà con cui si trovano a dover fare i conti bambini, mamme e famiglie. Situazioni spesso al limite del paradosso, in cui traspare una evidente mancanza di sensibilità e attenzione, unita alla incapacità di assumersi qualsiasi tipo di responsabilità”. 

'E' diabetica', bimba di 23 mesi rifiutata in 4 asili: è denuncia

Un problema che sarebbe nato anche dal fatto che non trattandosi di scuole dell’obbligo il coinvolgimento dei docenti in questo tipo di assistenza è volontario, quindi nessun dirigente può obbligare i docenti ad intervenire. Dovrebbe essere l'insegnante, opportunamente formato, dare la propria disponibilità. 
Intanto la mamma della bimba, una giovane infermiera anche lei affetta da diabete mellito, sarebbe disperata. Potrebbe essere costretta a mettersi in aspettativa dal lavoro per far fronte alle esigenze della figlia. Una situazione che purtroppo getta luce su un altro problema rilevante sotto il profilo sociale: una mamma che deve rinunciare al proprio posto di lavoro per garantire l’assistenza e le cure alla propria bambina, perché, come in questo caso, nelle scuole manca personale formato adeguatamente. Per l’avvocato Raffaella Carminiti sarebbe “inutile parlare di “fertility day” se poi una mamma è costretta a smettere di lavorare perché magari decide di avere un figlio oppure perché non esistono sul territorio servizi educativi e formativi adeguati”.
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