La parola della settimana: sciopero (e adesso anche a Pasqua!)

31 marzo 2015, Paolo Pivetti
La parola della settimana: sciopero (e adesso anche a Pasqua!)
Sciopero. Ecco ritornare prepotentemente alla ribalta una parola che aveva subìto qualche breve periodo di eclissi: sciopero! Il merito va, e questa non sembra proprio una notizia, alla CGIL: seguita fedelmente dalla UIL, già da giorni ha proclamato uno sciopero per i 400 lavoratori della Società Opera Laboratori Fiorentini, che gestiscono tutti i servizi, dalla biglietteria al bookshop, dei musei di Firenze: gli Uffizi, Palazzo Pitti, la Galleria dell’Accademia più un’altra dozzina. 

Beh, che c’è di strano? 

Niente, un dettaglio: lo sciopero avrà luogo nel weekend di Pasqua. Motivo: la difesa del posto di lavoro in vista di una riorganizzazione prevista per il prossimo settembre. Il Garante è già intervenuto precettando i lavoratori in quanto responsabili di un servizio pubblico essenziale; ma i sindacati minacciano di non rimanere “inerti” di fronte a questa “decisione arrogante”. Le agenzie di viaggio, gli albergatori e con essi tutto l’indotto turistico tremano nel timore di disdette a catena per una Pasqua turistica che prometteva un buon inizio di stagione per Firenze. La prospettiva dello sciopero tiene dunque tutti col fiato sospeso. 

Quando si dice il destino di una parola. 

Nella storia dell’Italiano la prima traccia di sciopero si trova nientemeno che nel Boccaccio. Nella prima novella del Decamerone si legge: “Ser Ciappelletto, che scioperato si vedea, e malagiato delle cose del mondo…” Ma qui l’aggettivo scioperato non aveva niente a che fare con i sindacati. Voleva semplicemente dire “libero da lavoro, da occupazioni”: era un termine comune, derivato da un tardo latino exoperatus formato da opera, cioè lavoro, preceduto dal prefisso sottrattivo ex. Alle origini, il verbo scioperare non voleva dire astenersi dal lavoro, ma “distogliere dal lavoro, dalle proprie faccende”, ed era transitivo. Antico proverbio toscano: “Chi mi dà a fare mi sciopera”. 

E aveva anche la forma riflessiva. Nel Cinquecento troviamo in una lettera di Annibal Caro: “Non occorre che lei si scioperi a rispondermi…”. Scioperato acquisì più tardi anche il significato spregiativo di “fannullone”: “Lascian la bisca tanti scioperati” (Giovan Battista Fagiuoli, rimatore seicentesco). Finalmente, tra l’Otto e il Novecento la parola sciopero con i suoi derivati decise di scrollarsi di dosso tante sfumature e tanti precedenti letterari e di trasformarsi in vigorosa parola di lotta, con un unico significato: “astensione collettiva dal lavoro”. E finalmente piacque alla Camusso.
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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