Cos’è il Bail-in e come funziona con le banche (e i risparmiatori)

31 marzo 2015, Luca Lippi
Cos’è il Bail-in e come funziona con le banche (e i risparmiatori)
Non sarebbe la prima volta che anticipiamo un argomento prima che lo facciano altri, quindi per agevolare la comprensione degli eventi spieghiamo cosa significa “Bail-in” e cos’è, lo troverete scritto ovunque.

L’inglesismo in questione rientra nella pratica di nascondere “spiacevolezze”. Un esempio? Lo spread, se ne parlava con disinvoltura perché nessuno sapeva cosa fosse, poi certa stampa ha cominciato a descriverlo come segnale d’allarme, e oggi la gente lo segue con lo stesso approccio riservato alle nuvolette sui siti meteo. Come se l’aumento o la diminuzione dello spread determinasse la diminuzione o l’aumento dei soldi in tasca.

Anche “Quantitative Easing” è usato con disinvoltura, descritto come medicina buona, scopriremo nel tempo gli effetti collaterali che oggi non si riescono a percepire.

 “Bail-in” è un termine all’apparenza innocuo come i precedenti, ma nasconde rischi che molti tenteranno di minimizzare.

Significa “garanzia interna” ed è il contrario di “Bail-out” che significa “garanzia esterna” (non è la traduzione letterale, è il significato in Economia).

Si ha un “bail-out” quando una società, normalmente privata, viene in un certo modo protetta, o garantita, da un’altra società, o ente, generalmente pubblico. E’ il caso del salvataggio delle banche private da parte degli Stati Nazionali. In altre parole, si evita il fallimento di un’azienda privata con i soldi della collettività.

Togliamo subito la sgradevolezza naturale percepita da una situazione del genere. Nel caso delle banche, queste sono aziende private “particolari”. In Italia per esempio, l’articolo 47 della Costituzione (La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese), prevede il controllo dello Stato (nel bene e nel male) degli istituti di credito per il tramite della Banca d’Italia.

I Padri Costituenti non hanno lasciato nulla al caso, tuttavia il problema sorge quando l’intervento dello Stato, coordina e controlla l’esercizio del credito in maniera scorretta, chi deve pagare? 
Se una Banca va sull’orlo del fallimento è perché l’Organo pubblico di vigilanza, ossia la Banca d’Italia, non ha svolto bene il compito di controllo: parrebbe corretto che lo Stato, quindi l’intera collettività, si faccia “garante”. 

Questioni di lana caprina, i risparmiatori dovrebbero sempre essere tutelati, e questo avviene in diverse forme fino ad ora efficaci.

Il problema sorge a causa di una normativa europea, in materia, varata nel dicembre 2013 (in vigore dal primo gennaio di quest’anno), le direttive europee sono vincolanti per gli Stati membri. Questa direttiva (saltiamo per sintesi tutti i particolari) disciplina le “garanzie” a tutela dei risparmiatori. Nella normativa, tolti gli azionisti che è giusto rischino il capitale proprio senza garanzie, accomuna sotto la categoria “risparmiatori” sia i sottoscrittori di titoli obbligazionari sia i “correntisti”. Sfugge al legislatore che un obbligazionista è un risparmiatore, mentre un correntista che ha solo depositato i sui soldi in conto corrente è semplicemente un depositante.

Naturalmente i maggiori “creditori” sono altre Banche, soprattutto tedesche. E i “piccoli” creditori?Il rischio che alcune Banche considerate poco solide possano subire un esodo della clientela con conseguenze facilmente immaginabili è piuttosto alto.

In questo periodo tutte le Banche sono colossi dai piedi di argilla, il “Bail-in” le rende ancora più instabili: o si riforma il settore mettendo in concorrenza le banche private con istituti di credito d’interesse nazionale o statali oppure è bene tornare indietro e cassare la direttiva europea.
autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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