Dalla Francia l'esempio per costruire il Nuovo Centro-destra. Chi è il nostro Sarkò?

31 marzo 2015, Fabio Torriero
Salvini è nervoso, annuncia da settimane l’incontro con Berlusconi (argomento, le alleanze per le incombenti regionali) il quale a sua volta, pur alle prese con i fittiani, con le perturbazioni di Brunetta, con i distinguo dei collaborazionisti renziani, ha fissato alcuni paletti per contenere la strategia di “estensione e penetrazione nazionale” del segretario leghista: appoggio in Veneto a Zaia, ma in cambio, blocco alle liste “Noi Salvini”.

Dalla Francia l'esempio per costruire il Nuovo Centro-destra. Chi è il nostro Sarkò?
In una parola, fine della sua avanzata al centro-Sud, riedizione del modello “Cdl del 2001”, e soprattutto no al prosciugamento di un elettorato in libera uscita da Forza Italia, più orientato verso la comunicazione del Carroccio. Ovviamente un “popolo azzurro” che aspetta il ritorno del Cavaliere per tornare ad essere quello di prima: forte e radicato sul territorio e soprattutto vincente. Dietro queste riflessioni non c’è il decreto sulla corruzione o la prescrizione, o l’Italicum, ma l’effetto-Francia nella prospettiva della ridefinizione del centro-destra che verrà. Nella consapevolezza che il nuovo status di Berlusconi possa finalmente cambiare gli equilibri tra i partiti e ingarbugliare e complicare la “democratura” di Renzi. 

Il tema, però, è che niente è come prima. I partiti del vecchio schieramento di governo sono in crisi e al tramonto. Spappolati tra Grillo e il Partito della Nazione del premier. Forza Italia, vedremo l’effetto-Silvio-il ritorno, come detto, ormai è al lumicino e rissoso. Le percentuali renziane dell’ex Pdl, “partito degli italiani”, sono soltanto un ricordo. E questo senza contare la diaspora di Alfano che si sta ascrivendo come merito quello di correggere la rotta del governo sui temi cari a Silvio: legalità, ordine pubblico, fondi alle Forze Dell’Ordine. Insomma, Fi implode. 

Ciò che resta di An (Fratelli d’Italia), poi, è una mera testimonianza, nonostante la buona immagine che la Meloni si è costruita in tv, e Salvini è in crescita: dal 4% al 15%. Ma le consultazioni francesi hanno evidenziato il gap tra aspirazioni e realtà, tra sondaggi e voti, tra le analisi degli esperti e la verità. Sarkozy, riemerso dopo un appannamento durato qualche anno, ha ridimensionato la volontà di potenza della Le Pen (anche grazie ad un sistema elettorale ingessante), che si è confermata primo partito, ma non è arrivata prima: l’Ump con i centristi moderati, ha prevalso come coalizione. Ed è stato premiato nei ballottaggi.

 E poi, al terzo posto i socialisti di Hollande. 

Un leader scialbo e impopolare. Un partito in caduta libera. Naturalmente questo risultato ha scoperto un nervo, tutto italiano. Se è vero che oggi l’alternativa a Renzi non si può sostanziare in un blocco uguale e contrario al Pd, e che la differenza la fanno i temi (con le relative ricette), e la loro capacità di attrarre il consenso; è anche vero che la radicalizzazione di Salvini crea per definizione praterie nella zona moderata, attualmente senza grandi rappresentanti. E senza conquistare questa zona non si vince, non si governa. 

Al momento Silvio (data la collocazione lepenista di Salvini) potrebbe recuperare un elettorato moderato, a patto che non tenti di copiare i temi cari alla Lega, e rientri prepotentemente nell’alveo della rivoluzione liberale, troppo annunciata e non compiuta, lasciata colpevolmente a Renzi. Medesima operazione che Sarkozy ha fatto in Francia: accusato di essersi troppo appiattito sulla Le Pen (legalità, lotta all’Islam estremista, lotta all’immigrazione, forte identitarismo). 

Errore, furbizia? 

Conoscendo l’ex presidente gollista della Repubblica, tale filosofia (assorbire e spostare il lepenismo per depurarlo), non è stata una mossa azzardata. Ma uno schieramento che va ripensato e rilanciato a casa nostra, oltre alla leadership (impensabili sia Salvini, sia Berlusconi, nomi che possono fare al massimo da collante, da tutor o da comprimari), e qui c’è penuria di capi (Passera, Alfano, Tosi, ad esempio, devono fare parecchi passi in avanti), diventa improrogabile e indifferibile la piattaforma programmatica, la base valoriale dello schieramento. Il centro-destra dovrà essere di opposizione o di governo? La domanda non è peregrina. Ecco che allora, se la prospettiva è la seconda, come auspicabile, demagogia e populismo non possono trovare spazio (no all’euro, alla Ue etc). 

Al più presto quindi, un’Assemblea costituente culturale, le primarie delle idee, che mettano al centro un’idea di modernizzazione diversa da Renzi. Un centro-destra riformatore ed europeista, in linea col Ppe, che sappia coniugare la persona e la polis, il filone liberale e quello cattolico, la libera impresa, le pmi, gli artigiani e il pubblico, l’identità tradizionale e la globalizzazione, la legalità e la giustizia sociale, l’integrazione virtuosa e la nuova cittadinanza. Un identikit che non c’entra con i vecchi slogan del passato. Buoni per la pancia non per il cervello degli italiani. Dopo di che sarà scelto il Sarko italiano.
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