Arrivati a questo punto, le nostre pensioni sono davvero a rischio?

31 marzo 2016 ore 13:13, Luca Lippi
Le pensioni degli italiani sono davvero a rischio? Non siamo noi a dirlo, anzi, l’unico che ne fece menzione attraverso un comunicato scritto (quindi ufficiale) fu un burocrate di stato, l’ex presidente dell’Inps Mastropasqua allarmando un po’ tutti e poi costretto a ritrattare.
Nella sostanza un rischio vero e proprio per le nostre pensioni non esiste nell’immediato, per rischio parliamo di un eventuale default dell’Inps, ma che ci saranno tagli e raggiri burocratici e legislativi per impedire a un numero sempre maggiore di persone di usufruire del trattamento nei termini previsti dalle norme fino ad oggi, quello sicuramente sì.

Arrivati a questo punto, le nostre pensioni sono davvero a rischio?

Diamo uno sguardo ai dati che sono assai più chiarificatori di qualunque giro di parole:  nel 2013 lo stato ha dovuto trasferire all’ente (Inps) 112,5 miliardi di euro, 6,9 miliardi di euro in più rispetto al 2012 (+6,6%). Nel 2014 i trasferimenti saliranno a 114 miliardi, e nel 2016 è previsto salgano a 122 miliardi. Nel 2008 lo stato trasferiva complessivamente 73 miliardi, che in soli cinque anni sono dunque aumentati del 53%. Nel 2012 i contributi versati dai lavoratori ammontavano a 208 miliardi, mentre le prestazioni Inps valevano 295 miliardi. Una differenza di 87 miliardi, anche se riconducibile per 72 miliardi all’assistenza, ossia a quelle prestazioni erogate indipendentemente dai versamenti effettuati. Di questi, 17 miliardi sono il conto delle pensioni di invalidità. Complessivamente, le pensioni erogate sono state di 265 miliardi, sempre 57 miliardi in più dei contributi.
Il problema non esisterebbe giacché il sistema pensionistico italiano attraverso la gestione dell’Inps è sempre stata la più evoluta dell’Occidente. Questo è valido fino a quando Mario Monti col SalvaItalia non costituì la super-Inps accollando letteralmente all’Istituto anche il peso della cassa previdenziale dei dipendenti pubblici, l’Inpdap. E’ a questo punto che l’ex Presidente Mastropasqua volle subito fare “outing” in nome e per conto dell’Inps forse nel tentativo di smarcarsi da una responsabilità che nei fatti non poteva e non doveva essere il risultato della sua gestione.
Il vero problema, dunque, sarebbe l’Inpdap e i suoi debiti (che per far capire meglio, sono debiti dello stato giacché i dipendenti pubblici hanno stipendi e versamenti pagati da tutti noi che siamo lo stato). I conti Inps non sono mai stati in rosso, mentre i conti dell’Inpdap portavano in eredità un debito di 9 miliardi di euro annui (soldi che devono essere coperti dallo Stato, e per essere precisi, soldi che lo stato aveva perché nelle varie finanziarie dal prelievo fiscale ai cittadini c’è anche la quota destinata a pagare gli statali e i loro versamenti sia fiscali sia previdenziali).
Uno stratagemma contabile per “quadrare” i conti: i debiti dell’Inpdap sono frutto di una manovra contabile ordita dal governo Prodi nel 2007. Istituito negli anni ’90 convergendo tutte le risorse raccolte dalle casse delle singole amministrazioni pubbliche. Già all’epoca le risorse erano insufficienti a coprire le prestazioni e si stabilì che il tesoro dovesse provvedere a saldare la differenza annualmente. Nel 2007 il governo Prodi eliminò la previsione per cui tali pagamenti dello stato fossero considerati dovuti a tutti gli effetti, facendoli iscrivere a bilancio dell’ex Inpdap come anticipi di Tesoreria, ossia come debiti (crediti per lo stato). Così il bilancio statale veniva abbellito con un artificio contabile, mentre l’ente previdenziale veniva gravato di debiti.
In conclusione, l’Inps incorporando l’ex Inpdap ha incorporato in automatico anche tutte le passività e la conseguenza inevitabile è che i lavoratori del settore privato debbano mettere mano al portafoglio per risanare i debiti prodotti da versamenti insufficienti nel settore pubblico dove, peraltro, il metodo retributivo va ancora per la maggiore e contribuisce a determinare prestazioni medie del 30% più alte.
Saltando l’unica domanda che rimarrebbe in sospeso, e cioè l’iniquità di trattamento per cui i meno fortunati dovrebbero pagare per i più frotunati, poiché l’ultima legge di stabilità ha previsto un ritorno ai vecchi criteri, per cui i trasferimenti statali all’Inps non saranno più considerati anticipi di Tesoreria, quindi, non saranno più crediti per lo stato o debiti per l’ente, rimane in sospeso la domanda delle domande che è quella del rischio eventuale e futuro che si possa ancora contare su una pensione di serena vecchiaia.
La risposta è deducibile seguendo gli ultimi eventi di politica economica; l’Inps ha sostanze ma non sono sufficienti per garantirne la sopravvivenza, è una questione matematica e dai numeri non si scappa, e allora le soluzioni sono poche: è necessario affinché l’Istituto possa stare in piedi che qualcuno/qualcosa copra l’ammanco, da qui il timore che chi c’è o chiunque approderà a Palazzo Chigi in futuro possa pensare alla ennesima riforma sulle pensioni. La nacessità è quella di trovare la quadra per risollevare le entrate, e tutte le strade percorribile sono a sfavore dei cittadini: aumentare le tasse, posticipare, ancora, i pagamenti delle pensioni stesse, tagliare le prestazioni sociali. Tanto è vero che il dibattito ora è sulle pensioni di reversibilità, ma solo per ora, perché poi dovranno ordire un altro taglio, e siccome il problema è la pensione, e siccome i pensionati attuali sono in via di estinzione per consunzione naturale, la vedovanza è già sotto sforbiciata, indovinate un po’ a chi toglieranno soldi dalla pensione?
autore / Luca Lippi
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