Ape vs quota 96, ma l'Inps avverte: '546mila assegni vecchi 36 anni'

31 ottobre 2016 ore 23:59, Luca Lippi
All’interno della bozza della Legge di Stabilità 2017 sono presenti le attese misure in tema di pensioni, con novità per la pensione anticipata.
Il meccanismo per l’uscita anticipata (Ape) dal lavoro basato su un prestito pensionistico per autonomi e dipendenti sia pubblici che privati, da restituire con rate ventennali decurtate dall’assegno pensionistico pieno una volta maturato, è sicuramente la parte più importante.
La prestazione è erogata dall’Inps ma finanziata dalle banche, possono usufruirne coloro:
-il cui futuro assegno previdenziale non sia inferiore a 1,4 volte il trattamento minimo, 700 euro circa;
-abbiano almeno 20 anni di contributi versati e almeno 63 anni di età.
Ad alcune categorie di lavoratori è riservata l’Ape sociale, con rata pari a zero perché coperta dallo Stato fino a 1.500 euro di importo mensile. 
Per potere essere inclusi nell’Ape social sono richiesti 30 anni di contributi versati per disoccupati senza ammortizzatori sociali e per disabili e parenti di primo grado e conviventi di disabili. Sono invece richiesti 36 anni nel caso di contribuenti in costanza di lavoro che svolgono attività usuranti e gravose (almeno gli ultimi 6 anni di contributi versati devono riguardare attività pesanti).
All’uscita anticipata dal lavoro inclusa nella Legge di Stabilità, si contrappone (solo come termine di valida alternativa per via di diverse similitudini) la quota 96.
Infatti rimane la possibilità di pensionamento anticipato all’età di 64 anni per i soli lavoratori dipendenti del settore privato che hanno maturato entro il 2012 la vecchia quota 96 (60 anni e 36 di contributi oppure 61 anni e 35 di contributi, o eventuali frazioni di quota), agevolazione prevista dall’articolo 24, comma 15-bis del Decreto legge 201 del 2011 (Legge Fornero), senza penalizzazioni sulla pensione. 
Il requisito richiesto per accedere alla pensione anticipata a 64 anni, è di aver maturato entro il 2012 60 anni di età e 20 anni di contributi. Da ricordare che il requisito anagrafico sta variando negli anni in base all’adeguamento alle aspettative di vita (dal 1° gennaio 2016, 64 anni e 7 mesi). 
La quota 96 fa inoltre riferimento ai soli contributi versati nella condizione di dipendente privato, se un lavoratore dipendente in passato ha versato contributi in qualità di autonomo, ad esempio, il requisito richiesto è quota 97, pena la perdita del beneficio.


Alla riforma pensioni accolta nella Legge di Stabilità si contrappone uno studio operato dall’Inps che ha preso in analisi le tabelle a sua disposizione nelle quali si legge che 540mila persone godono della pensione da più di 36 anni. 
Nel settore pubblico coloro che hanno avuto l'uscita anticipata sono stati 65.463 con un'età media di 47,4 anni; nel campo privato, invece, sono 475mila. Le pensioni furono assegnate e vengono erogate a individui che all'epoca hanno smesso di lavorare in giovane età.
In vigore da prima del 1980 nel settore privato ci sono oltre 914.696 assegni complessivi: 188.436 pensioni di vecchiaia con un'età media di decorrenza di 54,9 anni; 439.718 pensioni di invalidità dove l'età media alla decorrenza è 44,5 e 286.542 pensioni ai superstiti e 41,35 anni l'età media alla decorrenza.
Gli assegni di invalidità, 439.718, sono però da considerarsi diversamente, visto che sono assegnati considerando le condizioni fisiche delle persone. L'età media alla decorrenza delle pensioni in vigore si è alzata di quasi 8 anni per la vecchiaia, arrivando a 62,5 anni, mentre per i superstiti è cresciuta di quasi 30 anni passando dai 41,3 delle pensioni vigenti da oltre 36 anni ai 73,8 anni di quelle con decorrenza 2015.
Nel settore pubblico le pensioni erogate da ormai 36 anni sono 4.573 per vecchiaia, 55,7 anni alla decorrenza, 33.654 per l'anzianità, 47,4 anni alla decorrenza, 16.573 per i superstiti da assicurato, 41,7 anni alla decorrenza, e 10.663 per il superstite da pensionato, 46,3 l'età media alla decorrenza. Nel 2015 l'età media alla decorrenza delle pensioni pubbliche vigenti era di 66,8 per la vecchiaia e di 62,4 anni per le pensioni anticipate.
La spesa complessiva per il pagamento delle pensioni e dell’assistenza a vario titolo dall’Inps è salita di 3,2 miliardi a 280,282 miliardi di euro. 
Nel dettaglio, le prestazioni sono diminuite dello 0,45% a 23,1 milioni di unità, mentre il numero dei pensionati si è ridotto dello 0,5% a 16,2 milioni. 
Tuttavia, l’importo medio percepito è risultato in crescita dell’1,2% a 12.136 euro all’anno. 
In media, un pensionato riscuote 1,4 assegni, grazie alla possibilità di cumulare più trattamenti pensionistici. Le donne rappresentano il 52,8% della platea dei pensionati, ma solo il 44,3% della spesa. La ragione di questa differenza sta nel fatto che mediamente il gentil sesso percepisce un assegno più leggero di quello di un uomo del 29%.
Dicevamo che è possibile cumulare più trattamenti. Bene, il 33,4% percepisce, infatti, due o più assegni. In particolare, il 25,5% dei pensionati incassa ogni mese due assegni, il 6,5% ben tre e c’è un fortunato 1,3%, che di assegni mensilmente ne riscuote quattro o anche di più. In sintesi la spesa pensionistica cresce a ritmi piuttosto elevati, e se con la Riforma Fornero si è provveduto nell’immediato a schiacciare questa crescita, con l’Ape l’accelerazione riprende.
Sempre per l’Inps, riguardo la ripartizione degli assegni, troviamo che il 64,6% dei pensionati percepisce un assegno sotto i 1.000 euro al mese, ma grazie all’accumulo di più trattamenti, tale percentuale scende al 39,6%. 
Sono 9 milioni e pari al 39,1% del totale i percipienti di assegni compresi tra 500 e 1.000 euro al mese, mentre un 25,5% o 5,9 milioni di persone percepiscono assegni mediamente sotto i 500 euro al mese. 
La fascia 1.000-1.500 euro riguarda 3,159 milioni di pensionati, il 13,7% del totale e sono quasi 5 milioni coloro che incassano un assegno medio sopra i 1.500 euro, il 21,6%.
La spesa previdenziale dovrebbe così essersi attestata al 17,2% del pil nel 2015, ovvero in linea con i livelli dell’anno precedente. Una percentuale di gran lunga superiore alla media europea, che viaggia al 10%. Tuttavia, spulciando i dati 2014, scopriamo che nel conteggio compaiono 42,9 miliardi di imposte, che lo stato incassa dalle pensioni e che, quindi, andrebbero scomputate dalla somma complessiva. Al netto di questa voce, già l’incidenza della spesa previdenziale sul pil scenderebbe intorno al 14,5%.
C’è, però,  un’altra voce che pur facendo parte del bilancio dell’Inps non fa parte della previdenza in senso stretto: l’assistenza. 
Parliamo di assegni di disoccupazione e di ogni altro tipo di trattamento, che non trova ragione di esistere nella contropartita dei contributi versati, bensì nella tutela accordata dallo stato per diversi casi. 
Tra questi l’integrazione al minimo, ovvero alla differenza tra quanto percepirebbe il pensionato mensilmente e il trattamento minimo previsto dalle norme. L’importo valeva complessivamente quasi 10 miliardi nel 2014. In tutto, eliminando anche l’assistenza, la spesa previdenziale italiana scenderebbe intorno ai 165 miliardi, valendo il 10% del Pil, in perfetta linea con la media UE.
In concreto però, la somma fa il totale; che si chiami assistenza o la si calcoli tra la previdenza, si tratta pur sempre di conti da pagare. E l’aspetto meno tranquillizzante di tutti questi numeri è che in Italia esiste una pensione ogni 2,6 abitanti. 
Considerando che a lavorare nel 2015 sono stati mediamente 22,5 milioni di persone, il numero delle pensioni ha superato quello dei lavoratori, vale a dire che chi lavora ha a suo carico poco più di un assegno da pagare ai pensionati.
Quanto al rapporto tra pensionati e occupati, siamo in presenza di 1,4 lavoratori per ciascun percipiente un trattamento previdenziale di qualsiasi natura. 
La scarsa sostenibilità della previdenza, specie se l’occupazione non riparte e con essa la massa salariale che produce la base imponibile per il versamento dei contributi previdenziali; senza questi contributi l’ente andrebbe in default.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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