Terremoto Norcia, perché quella gente pregava?

31 ottobre 2016 ore 11:47, Paolo Pivetti
Perché quella gente, inginocchiata nella piazza di Norcia, pregava? Speravano forse di tener lontane altre scosse ancora peggiori di quella che aveva fatto crollare la basilica di san Benedetto? O semplicemente si abbandonavano alla superstizione? 
Gesù nel Vangelo ci dice chiaramente che la fede può spostare le montagne. E allora, prendendolo in parola, dobbiamo pensare che la fede possa anche tenerle ferme quando si mettono a ballare. Forse pregavano per questo?

Terremoto Norcia, perché quella gente pregava?

Dove ci portano questi pensieri? A una scelta radicale tra fede e superstizione quando entra in gioco la preghiera.
Secondo il Libro dell’Esodo, durante la battaglia di Refidim nel deserto del Sinai contro il popolo nemico degli Amalecìti, Israele riusciva a prevalere finché Mosè, salito in cima al colle che dominava il campo di battaglia, teneva le mani alzate in preghiera verso il Cielo. Ma tutte le volte che, stanco, le lasciava cadere, erano gli Amalecìti a prevalere. Allora Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, si misero a sostenere le mani di Mosè ormai sfinito, e le sostennero fino al tramonto del sole, quando il nemico fu definitivamente sconfitto.
E allora non possiamo escludere il pensiero folle che quella gente nella piazza di Norcia abbia ottenuto un lieve attenuarsi delle scosse; e che se quel gruppo sparuto fosse stato una distesa sterminata di gente che pregava con fede, forse le montagne non avrebbero nemmeno ballato. È un pensiero che, nella sua semplicità infantile, ci porta davvero molto lontano.
Ci porta al rimpianto struggente di una condizione perduta: quella di un uomo cui era stato dato il potere di dominare il creato, a patto che si tenesse in accordo con Dio. Ma dominarlo come? Non attraverso la scienza, come pensiamo oggi, ma attraverso la fede, strumento infinitamente più adeguato per conoscere la vita e tutta la realtà che ci circonda, e per essere essere in armonia con essa. Il Libro della Genesi, nello splendore dei suoi capitoli iniziali, ci racconta la parabola di come sono andate le cose: di come l’uomo ha voluto sottrarsi a questo patto e fare da solo, da cui tutte le tragedie e le disgrazie: nonostante la gloria e le conquiste umane, perché Dio non ci ha mai abbandonati,  capolinea finale è la morte.

Nel suo breve passaggio terreno Gesù, Verbo di Dio incarnato, che faceva discendere ogni sua azione e decisione dalla preghiera al Padre, ha compiuto lungo il suo percorso umano miracoli prodigiosi: ha camminato sulle acque, ha placato tempeste, ha inaridito il fico, ha moltiplicato sette pani e due pesci fino a saziare una moltitudine, ha risuscitato morti, dato la vista a ciechi, raddrizzato storpi... E i suoi miracoli, circondati dal dubbio e dallo scetticismo in una prospettiva umana e scientista, possono anche essere visti come il naturale esercizio di una forza di dominio sul creato che, risalendo all’inizio di tutto, ai primi capitoli della Genesi, Dio aveva concesso all’Uomo.

autore / Paolo Pivetti
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