Dalle aule di scuola a quelle del Tribunale il passaggio è (troppo) breve

04 agosto 2014 ore 10:00, Americo Mascarucci
Adesso i giudici decideranno pure gli alunni meritevoli di essere promossi o quelli che dovranno essere bocciati, pardon dovranno ripetere l’anno? (per utilizzare un termine politicamente corretto). Sembrerebbe proprio di sì, almeno a giudicare dalla notizia rimbalzata da Torino dove una studentessa liceale, non ammessa  all’esame di maturità per le troppe assenze collezionate durante l’anno scolastico, ha fatto ricorso al Tribunale amministrativo regionale che ha accolto la sua istanza e ha obbligato l’Istituto ad ammetterla.  
Dalle aule di scuola a quelle del Tribunale il passaggio è (troppo) breve
Le ripetute assenze della ragazza pare fossero motivate dall’esigenza della stessa di assistere i propri genitori entrambi ammalati, con tanto di certificazione medica comprovante. Monica, usiamo anche noi un nome di fantasia, è stata poi promossa a pieni voti, anche perché, assenze a parte, il rendimento scolastico è stato sempre positivo. Certo, i professori sapendo che Monica aveva l’esigenza di assistere i genitori e che quindi si trovava costretta ad assentarsi dalle lezioni per ragioni più che giustificate, avrebbero dovuto assumere un atteggiamento meno intransigente soprattutto se, come detto, la ragazza dimostrava comunque di impegnarsi e di essere preparata. Tuttavia, è possibile che oggi in Italia i Tar debbano decidere anche chi promuovere a scuola e chi no, chi ammettere o meno agli esami di maturità? Da tempo si avverte una certa invadenza dei giudici un po’ in tutti i campi, ad iniziare da quelle materie che afferiscono alla sfera etica dove spesso manca o è carente un quadro normativo di riferimento. In presenza di un vuoto normativo che non consente di stabilire in punta di legge come procedere, ci si affida alla discrezionalità dei giudici, i quali spesso decidono in base alla loro sensibilità e ai loro personali convincimenti sostituendosi di fatto alla potestà legislativa del Parlamento creando dei precedenti “di fatto”, capaci di tornare  utili in tutte le altre vicende analoghe (tipo quella di Eluana Englaro che purtroppo continua ad essere presa da esempio). Adesso anche nella scuola è possibile rivolgersi ai giudici per ottenere una promozione, se magari si ritiene di essere stati bocciati ingiustamente o di aver subito una discriminazione. Come appunto è avvenuto nel caso della ragazza di Torino. Lo abbiamo detto e la ripetiamo, probabilmente i professori sono stati troppo severi, ma è opportuno che sia il Tar a stabilire se un alunno può essere ammesso o meno a sostenere l’esame di maturità? Se agli insegnanti non è più consentita la piena libertà di valutare gli studenti e decidere del loro merito sotto la minaccia di ritrovarsi smentiti dai giudici, allora la scuola è destinata a perdere la sua funzione educatrice, o peggio ancora la propria credibilità. Perché, come può essere ritenuta credibile una scuola dove gli insegnanti si ritrovano “commissariati” dai tar nella loro autonoma capacità di valutare il rendimento degli studenti? E se magari i professori nel caso specifico  avessero deciso di non ammettere la ragazza all’esame per darle la possibilità di prepararsi meglio il prossimo anno, magari studiando con più serenità e frequentando con maggiore assiduità le lezioni? Una scelta discutibile certo, ma perfettamente legittima, che non dovrebbe stare ai giudici sindacare. Nessuno per carità vuole mettere sotto accusa i tribunali amministrativi che anzi sono essenziali per vigilare sulla regolarità degli atti e delle procedure amministrative, ma è opportuno che chiunque, per qualsiasi ragione, anche l’alunno bocciato a scuola, debba sentirsi titolato a portare il suo caso in tribunale? E il compagno di classe che magari non ha fatto neanche un’assenza e si ritrova sullo stesso piano di Monica che, pur con tutte le ragioni del mondo, a scuola ci è andata poco, non avrebbe diritto di protestare per la discriminazione subita a causa del trattamento di favore riservato a lei? Forse è il caso che su certe materie i giudici facciano non uno, ma cento passi indietro, evitando di creare pericolosi precedenti difficili da gestire.
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