La vita terrena? Annuncio di quella futura. Perchè la presenza di Gesù è più che mai attuale

04 aprile 2016 ore 14:01, intelligo
di Padre Giacobbe Elia (esorcista incaricato di Roma)

Di fronte all’eternità, la nostra esistenza nel tempo impallidisce. Ciononostante è proprio in questa nostra vita segnata dalla morte che Dio ha racchiuso il germe e l’esito della nostra vita futura. Comprendere la Sua volontà e vivere in conformità ad essa è il senso della nostra esistenza terrena, dove teoria e prassi, conoscenza e azione, dottrina e morale (i nostri comportamenti) devono essere intimamente connesse e orientate a Lui. La creazione ci mostra che Dio ha fatto l’uomo diverso da ogni altro essere, dotandolo di intelligenza e di volontà e non soltanto di sensi e di istinti, come gli animali. 
Invano l’illuminismo, il razionalismo, il materialismo “scientifico” e le filosofie atee si sono impegnati a sradicare dall’uomo l’idea di Dio e del soprannaturale. Facendolo, non hanno ottenuto altro che la perversione dell’uomo, non potendo cancellare dalla sua natura “l’immagine e la somiglianza” che Dio vi ha impresso. Tra le innumerevoli prove che potremmo produrre – e tra queste le conversioni degli atei è forse quella più eclatante –, c’è la statistica segnalata da Tom Gabriel, durante una Conferenza organizzata nel 2014 dalla rivista Catholic Family News, che mostra come negli USA la bibbia satanica è più venduta della sacra Bibbia. Egli smentiva anche così la pretesa di certe frange egemoniche di affermare la morte di Dio nel cuore dell’uomo. 
L’uomo nasce con iscritto nel cuore il desiderio di vedere Dio e, anche se spesso ignora tale desiderio, Dio non cessa di attirarlo a sé, perché viva e trovi in Lui quella pienezza di verità e di felicità, che cerca senza posa. «Ci hai fatti per Te, o Signore e il nostro cuore è inquieto, finché non trova riposo in Te», gemeva sant’Agostino. 
Per natura e per vocazione, l’uomo è un essere religioso, capace di entrare in comunione con Dio. È questo intimo e vitale legame con il suo Fattore a conferire all’uomo la sua fondamentale dignità. L’uomo nasce orientato a Dio e, quando non lo trova, anche a causa della colpevole negligenza degli uomini di Chiesa, si rivolge agli idoli, pervertendosi. Ne è prova evidente il fatto che gli atei più dichiarati – da Augias a Odifreddi ai gay che pretendono diritti dalla Chiesa contro la legge eterna del Dio che ha fondato la Chiesa – non smettono mai di parlare di Dio, vuoi per negarne l’esistenza, vuoi per polemizzare con la Chiesa cattolica che lo annuncia. «Gli atei annoiano perché parlano sempre di Dio», ha scritto non un devoto irritato, ma l’insospettabile Heinrich Böll (1917-1985), Nobel per la letteratura nel 1972, che nel 1976 abbandona la Chiesa cattolica pur senza rinnegare la fede, trovando in Karl Rahner un punto di riferimento e una presenza amica. Ma lo aveva già stimmatizzato Karl Bart nella sua monumentale (ben 13 volumi che lo impegnarono dal 1932 al 1968, anno della sua morte) “Dogmatica Ecclesiale”: «Quando il Cielo si svuota di Dio, la terra si popola di idoli». 
Nell’enciclica Humanum Genus, scritta per denunciare e confutare gli errori della massoneria, Leone XIII – il Papa che la mattina del 13 ottobre 1884 ebbe la grazia di assistere a un colloquio tra Nostro Signore e Satana, in cui quest’ultimo si diceva sicuro di poter distruggere la Chiesa, se solo avesse avuto più libertà e più potere su coloro che si fossero messi al suo servizio per un periodo di 75-100 anni – ci ha ricordato che il mondo si divide in due regni sempre in guerra tra di loro: il regno di Dio, che in Cristo combatte per il trionfo del bene, della verità e della libertà, e quello di Satana, che con la menzogna fa trionfare l’iniquità e la tirannia; che si esprimono – non dimentichiamolo! – nei totalitarismi atei che ripetono a Dio il non serviam di Lucifero, mentre oltraggiano l’uomo.  

Un eco di quello stesso grido compiaciuto dei nemici di Cristo lo abbiamo sentito ancora qualche mese fa all’annuncio della rilevazione delle onde gravitazionali, che conferma sperimentalmente l’ipotesi fatta cento anni fa’ da Albert Einstein nella sua teoria della relatività generale. Come sapete, Einstein per appurare dei fenomeni non costruiva i suoi esperimenti con sofisticate tecnologie come i fisici sperimentali. Egli era un fisico teorico (Nobel nel 1921) che, basandosi su delle equazioni matematiche, era arrivato ad enunciare delle leggi fisiche che è stato possibile verificare sperimentalmente soltanto negli anni successivi. Ma i detrattori di Dio con la prova in mano della sua felice intuizione hanno pensato di poter negare Dio a suo nome, ignorando l’animus – del tutto diverso dal loro – che ha sostenuto le faticose ricerche di questo straordinario scienziato, motivato anzitutto da un miracolo che lui trovava assolutamente sorprendente e affascinante: ogni ricerca scientifica è possibile per il fatto che c’è una misteriosa coerenza tra la nostra mente e la Mente Creatrice (che per noi cristiani è il Logos). La nostra mente è in grado di elaborare delle equazioni matematiche, che le consentono di investigare l’universo, ipotizzando fenomeni fisici sconosciuti, in quanto le leggi fisiche sono state pensate e regolate da una Mente divina con la medesima razionalità matematica di cui ha reso capace la nostra mente di elaborarle in astratto e di comprenderne i fenomeni. Non l’ateismo, dunque, ma questa chiara convinzione religiosa ha giustificato l’entusiasmo di Albert Einstein, il suo grande impegno e la sua intelligente applicazione. 
A ben pensarci, per un ricercatore non c’è nel creato miracolo più grande. «Lei – scriveva Einstein al filosofo e matematico Maurice Solovine (1875-1958), confessando la sua meraviglia di fronte all’intelligibilità della natura, espressa nella struttura ordinata delle leggi fisiche – trova strano che io consideri la comprensibilità della natura (per quanto siamo autorizzati a parlare di comprensibilità), come un miracolo (Wunder) o un eterno mistero (ewiges Geheimnis)… È qui che si trova il punto debole dei positivisti e degli atei di professione, felici solo perché hanno la coscienza di avere, con pieno successo, spogliato il mondo non solo degli dèi (entgöttert), ma anche dei miracoli (entwundert)”.  
Intervistato ammetterà con franchezza: «Sono un ebreo, ma sono affascinato dalla figura luminosa del Nazareno». E all’intervistatore che gli chiedeva: «Ha mai letto il libro di Emil Ludwig su Gesù?», rispondeva con disarmante franchezza: «Il libro di Ludwig è superficiale. Gesù è una figura troppo imponente per la penna di un fraseggiatore, per quanto capace. Nessun uomo può disporre della cristianità con un bon mot». A questo punto l’intervistatore non perde l’occasione per trafiggerlo con la domanda rovente (erano gli anni in cui moltissimi teologi distinguevano il Gesù della storia dal Gesù della fede): «Accetta il Gesù storico?». «Senza dubbio! Nessuno può leggere i Vangeli senza sentire la presenza attuale di Gesù. La sua personalità pulsa ad ogni parola. Nessun mito può mai essere riempito di una tale vita».



autore / intelligo
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