Ue, la politica dell’austherity nasconde un ‘disegno’. Eccolo

04 dicembre 2014, intelligo
Ue, la politica dell’austherity nasconde un ‘disegno’. Eccolo
di Gianfranco Librandi
Che senso ha dichiarare che il rigore nelle politiche europee è terminato quando il rigore è il mezzo per raggiungere lo scopo ormai chiaro dell’Ue? Analizziamo con ordine i fatti. Nella situazione economica attuale qualunque provvedimento è utile per uscirne tranne l’austerity. Diamo per scontato che i burocrati europei siano stati scelti per le loro competenze (sarebbe strano il contrario), ne segue che dietro le politiche europee vi sia un disegno da perseguire. Le dichiarazioni di allentamento delle politiche del rigore sono propaganda fine a se stessa. Dal 2011 a oggi, soprattutto in Italia, c’è stata una recrudescenza della politica del rigore, l’inizio di questa violenta presa d’atto corrisponde con l’elezione in sequenza di governi non eletti dal popolo. L’obiettivo delle politiche perpetrate dal 2011 a oggi in Italia sono tutte indirizzate alla deflazione che, per i non addetti ai lavori, traduciamo come “svalutazione del lavoro”. Il ragionamento è piuttosto semplice, il costo delle merci è sempre più basso, le imprese per rimanere competitive devono abbassare i prezzi e il sistema più veloce per abbassare i prezzi è di abbassare i salari. Cinicamente è comprensibile affermare che svalutare il lavoro giova soprattutto al mercato del lavoro. È indiscutibilmente una scelta (per usare un eufemismo) poco coraggiosa, tuttavia ha la sua efficacia. La lotta che l’Europa deve condurre è quella di entrare in concorrenza con i mercati asiatici (è la globalizzazione bellezza!). L’Europa dovrebbe e potrebbe contrastare i mercati asiatici con la “tradizione” centenaria in molti settori economici (il cosiddetto know-how), ma questo richiede aggiornamento dei processi produttivi, investimenti e istruzione programmata per i lavoratori, tutte cose che impegnano economicamente. Ecco che si sceglie la seconda via, quella meno costosa (in apparenza) e sicuramente moralmente meno condivisibile, dell’abbassamento dei costi del lavoro. La pratica confortata dalla Scienza Economica è di abbassare i costi del lavoro attraverso una defiscalizzazione (che presuppone la messa a regime di riforme da parte dei governi nazionali), l’altra, meno nobile e avulsa dalla Scienza Economica è di avviare una spirale deflattiva. Detto questo, abbiamo spiegato il perché il rigore non può finire e soprattutto si evidenzia il ‘disegno’ sul quale nasce l’Ue. Prima anomalia rilevabile, l’unione monetaria prima ancora dell’unione fiscale. Seconda anomalia, ignorare la teoria delle aree valutarie ottimali. Un’area valutaria ottimale non è una nazione e nemmeno un insieme di nazioni, ma una regione caratterizzata dalla mobilità dei fattori produttivi, cioè capitale e lavoro; questo perché solo in tal modo la regione nel suo complesso potrebbe superare efficacemente i cosiddetti “chock asimmetrici”, cioè congiunture economiche temporanee favorevoli per alcuni settori ma sfavorevoli per altri. Il rischio che in conformità a questa teoria, l’Ur per com’è stata approntata dai “padri”, esportasse deflazione non poteva essere ignorato. C’è poi il sospetto che conforterebbe il ‘disegno’ a causa dell’ostinazione con cui i burocrati europei impongono una disciplina di bilancio ferrea e inamovibile. Seppure inaccettabile in tempi floridi, lo è ancora di più in un periodo di crisi come quello attuale dove la recessione e terreno fertile per gli effetti devastanti di una ferrea disciplina di bilancio. C’è poi la realtà che è sotto gli occhi di tutti, una realtà che smentisce con violenza l’austerity. In ultimo, c’è da considerare anche l’opposizione alla proposta di Quantitative Easing avanzata da Mario Draghi. Il QE è osteggiato dai burocrati europei perché porterebbe inflazione, e l’inflazione è assolutamente negativa per chi sta perseguendo l’obiettivo della deflazione. Terminiamo dicendo che l’Eurozona sta avvicinandosi a grandi passi verso la deflazione (in Italia già ci siamo), lo dice Markit Economics. Missione compiuta?
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