Padoan: avanti con le riforme per far tornare la crescita, ma a quale prezzo?

04 dicembre 2015 ore 12:08, Luca Lippi
Padoan: avanti con le riforme per far tornare la crescita, ma a quale prezzo?
"Dopo tre anni di profonda recessione la crescita e l'occupazione stanno ritornando". Lo ha detto il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan. "Per rendere "sostenibile" questa ripresa il Governo "intende proseguire la sua strategia di riforme strutturali con un nuovo round di azioni per la crescita". "L'Italia sta diventando sempre più attraente per gli investitori grazie alle riforme strutturali e alla ritrovata stabilità finanziaria". Padoan ha ricordato tra l'altro che ci sarà anche la quotazione di Ferrovie dello Stato. Anche bankitalia dice che finalmente i redditi delle delle famiglie “hanno smesso di decrescere”. E allora giacché sta tutto a posto analizziamo il mercato del lavoro, perché se tutto va a gonfie vele significa che gli italiani avranno finalmente un lavoro da “capofamiglia” e non lavori da “studente che deve coprire le spese”; vero che sempre lavoro è, ma solo per le statistiche non per la sopravvivenza.
Quale è’ il legame fra disoccupazione/inoccupazione, altissima di questi tempi, e la disinformazione, imperante anche in materia di andamenti economici e occupazionali nel nostro paese? la necessità di presentare “al volgo” presunti successi, in materia di “lotta” alla disoccupazione e l’altrettanto vitale necessità di disinformare la popolazione, millantando andamenti economici sia pur moderatamente positivi è latente (in parte anche politicamente comprensibile) ma noi vogliamo credere che ci sia “responsabilità” e quindi ci fidiamo, ma intanto è bene spiegare una cosa.

L’enfasi al modesto ridursi della disoccupazione ufficiale in Italia, notizia rimbalzata su tutti i media in questi giorni, è troppo sospetta. Un pò più in sordina, per ovvi motivi, la contestuale avanzata della deflazione, testimoniata da un calo dell’indice dei prezzi di qualche decimale di punto. Infatti, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività assume andamenti negativi, in questa fine d’anno, smentendo clamorosamente le previsioni del governo. Alle volte viene il dubbio che forse gli istituti di statistica dovrebbero esse privatizzati prima ancora che le aziende in grado di produrre reddito a beneficio del bilancio dello stato! L’Istat ha valutato all’11,5% la forza lavoro in ottobre, ma non può esimersi dall’avvertire che contemporaneamente aumentano gli scoraggiati/inoccupati, infatti, secondo la stessa fonte, gli occupati diminuiscono di quasi quarantamila unità. E’ evidente che una parte significativa del calo dei disoccupati censiti alimenta non nuova occupazione, ma le file degli scoraggiati che non cercano più un lavoro, mentre l’occupazione continua a diminuire. Gli inoccupati sono riserva della riserva, cioè del grande esercito di lavoratori di riserva che esiste fin dai tempi di Marx.
Come se non bastasse, sono in aumento i Voucher, indicatori di massima precarietà e di lavoro saltuario, utilizzati dai datori di lavoro per pagare (poco) il “lavoro accessorio”, fuori dai regolari contratti. Bonus bebè e buoni lavoro sono emblema di dover sussidiare una platea crescente di popolazione sempre più stracciona, per il resto, sono mazzate continue, passate presenti e future. L’infernale triangolazione disoccupati in calo, occupati anch’essi in calo e inattivi/scoraggiati in crescita è palesemente una spia della cattiva situazione economica e produttiva del paese. È assurdo che burocrati di indiscutibile spessore amplifichino il dato del calo del tasso di disoccupazione ufficiale decontestualizzandolo, o considerandolo disgiuntamente dal numero degli occupati, in calo, e da quello degli inattivi, in crescita. “Renzilandia” sta scollandosi sempre di più dall’Italia reale, fa parte dell’ondata di disinformazione che dovrebbe nascondere la realtà, economica e sociale, o almeno renderla confusa e illeggibile per il volgo, nonostante la sempre più difficile esperienza quotidiana. In una simile situazione, se si volesse veramente contrastare la disoccupazione e rilanciare la crescita, si dovrebbe tornare indietro agendo sull’età pensionale e riducendola a sessant’anni, ma soprattutto, andando all’origine del problema, si uscirebbe completamente dal cerchio infernale delle politiche neoliberiste d’austerità (esclusivamente per la popolazione) imposte dai trattati europei. In Italia ci sono menti eccelse e politici veri in grado di rovesviare le scrivanie e senza uscire dall’euro provvedere a nazionalizzare con urgenza il sistema bancario e ciò che resta della grande industria, estinguere la precarietà (compreso lo jobs act), stabilire salari e pensioni minimi non irrisori (almeno 1.000 euro mensili netti), sotto i quali non si può andare. Ma per fare questo bisogna essere in grado di non dire “sissignore”, e in questo sono complici anche le opposizioni parlamentari che allo stato attuale aspirano a guidare il governo (di nuovo?); l’anomalia sarebbe solo una tornata di regolari elezioni per Cinque Stelle e la Lega più centrodestra, ma poi il coraggio e la volontà politica di cambiare le cose veramente andrebbero a scontrarsi con normative e regolamenti (pane quotidiano per tecnici intellettualmente corrette, non politicamente corretti!). Senza la forza e la competenza per riprendere in mano non la sovranità nazionale, ma la sovranità della Scienza Economica scevra della finanza non si va da nessuna parte non solo in Italia! In conclusione emerge che siamo stretti nella spirale mortale disoccupazione-disinformazione-governo. Non siamo nella società rurale tradizionale e familiare dove si può invocare “il bicchiere mezzo pieno”, la politica è una cosa seria!

autore / Luca Lippi
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