Clan Messina Denaro ko, sequestro da 13mln: chi sono i presunti boss-fiancheggiatori

04 dicembre 2015 ore 14:33, Americo Mascarucci
Clan Messina Denaro ko, sequestro da 13mln: chi sono i presunti boss-fiancheggiatori
Duro colpo alle casse del boss della mafia, il superlatitante Matteo Messina Denaro e del suo clan. 
Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza hanno sequestrano 13 milioni a presunti boss e fiancheggiatori del capo clan. Le forze dell'ordine hanno dato esecuzione al provvedimento richiesto dal procuratore aggiunto Teresa Principato e dai sostituti Paolo Guido e Carlo Marzella della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo.
Il provvedimento riguarderebbe, stando ai lanci di stampa, in particolare i patrimoni dei boss di Mazara del Vallo e di Salemi, Vito Gondola, allevatore di 77 anni, e Michele Gucciardi, imprenditore agricolo di 62; quello di Giovanni Domenico Scimonelli, imprenditore di 48 anni affiliato alla cosca mafiosa di Partanna e considerato il luogotenente di Messina presso gli ambienti economici regionali e nazionali, un tassello dunque indispensabile per favorire gli interessi del boss; ed infine quello di Pietro Giambalvo, allevatore 77enne patron del clan di Santa Ninfa. 
I quattro sono detenuti dal 3 agosto a seguito dell'operazione "Ermes", per associazione a delinquere di stampo mafioso e favoreggiamento aggravato dalla modalità mafiosa, per avere agevolato la latitanza del capomafia di Castelvetrano. 
Matteo Messina Denaro, in base alle indagini degli inquirenti, fu colui che agli inizi del 1992 fu incaricato da Totò Riina insieme ad altri affiliati a Cosa Nostra del quartiere Brancaccio e della Provincia di Trapani, di recarsi a Roma per uccidere l’allora Ministro della Giustizia Claudio Martelli e il magistrato Giovanni Falcone con l’impiego di fucili e kalašnikov che lo stesso Messina Denaro aveva procurato. 
Un fedelissimo del "capo dei capi" dal quale ricevette l'ordine di rientrare a Roma in quanto l'omicidio di Falcone doveva avvenire con modalità sensazionali (e difatti poi arrivò l'attentato di Capaci). 
Dopo l'arresto di Riina, il boss di Castelvetrano ha finito via via per assumere un potere sempre più elevato dentro Cosa Nostra fino a diventarne un vero e proprio boss, oltre che un capo mandamento di spicco. Messina Denaro sarebbe ritenuto responsabile dell'omicidio di Vincenzo Milazzo, il capo della cosca di Alcamo che si era ribellato a Riina e della compagna di questo, Antonella Bonomo, che era incinta di tre mesi e che proprio lui avrebbe personalmente strangolato. Messina Denaro fece anche parte del gruppo di fuoco che compì il fallito attentato al vicequestore Calogero Germanà a Mazara del Vallo il 14 settembre 1992.
Dopo l'arresto di Riina, Messina Denaro sarebbe stato favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi insieme ai boss Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. 
Ma non è tutto: nel novembre 1993 Messina Denaro fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci; dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido

Numerosi i tentativi di catturarlo, andati però sempre a vuoto anche grazie alla rete di protezione che è riuscito a creare intorno a sé e al sostegno di numerosi fedelissimi alcuni dei quali arrestati ma finora indisponibili a fornire elementi in grado di consentire la cattura del superlatitante. A creare intorno al boss un’aurea quasi mitica le notizie fornite da diversi pentiti secondo i quali, nonostante le estenuanti ricerche e gli arresti di suoi luogotenenti, il boss continuerebbe a mostrarsi in pubblico, come quando avrebbe assistito con alcuni mafiosi palermitani alla partita di calcio Palermo-Sampdoria, giocata in casa allo stadio Renzo Barbera il 9 maggio 2010. 
Adesso questa nuova operazione che va a colpire il patrimonio del boss e delle persone a lui più vicine. Una strategia quella di colpire la mafia al cuore, cioè nelle tasche e soprattutto negli affari che negli anni ha prodotto risultati significativi.   

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