Cresce la febbre da Brexit in Europa, ora la Danimarca boccia la UE col referendum

04 dicembre 2015 ore 15:07, Americo Mascarucci
Cresce la febbre da Brexit in Europa, ora la Danimarca boccia la UE col referendum
L’effetto Brexit sta contagiando l’Europa? Si fa sempre più concreto il rischio di fuga degli Stati membri dall’Unione Europea? Dopo le minacce del Regno Unito, il pericolo si sta diffondendo a macchia d’olio? 
Il pericolo è tutt’altro che remoto a giudicare dal responso del referendum in Danimarca, con cui il governo di centrodestra ha chiesto ai propri cittadini di confermare la volontà dell’Esecutivo di rafforzare l’integrazione europea in materia di giustizia e sicurezza, rinunciando ad alcuni opt out, le restrizioni all’adozione delle regole Ue riguardo agli Affari interni e altre aree. 
Dai danesi è arrivato un secco no, il che significa che il paese potrebbe ora uscire dall’Europol, l’Ufficio di Polizia della Ue che sostiene i paesi membri dell’Unione nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata su base internazionale.

Ma il risultato del referendum rischia come detto di far aumentare la “febbre da Brexit” ossia la voglia di abbandonare l’Unione Europea da parte degli stati membri. Una voglia che è aumentata soprattutto dopo gli attentati di Parigi e la minaccia del terrorismo che sta spingendo molti paesi, la Gran Bretagna su tutti, a rivedere le politiche sull’accoglienza e l’immigrazione. 
L’Europa insomma rischia di essere percepita sempre di più dalle nazioni come un pericolo piuttosto che come una risorsa, un pericolo da cui fuggire il prima possibile. Di fronte alla concreta minaccia del terrorismo stanno prevalendo infatti i nazionalismi in tutti i paesi della Ue con l’idea di tornare a fare da soli e regolare così i flussi migratori e gli ingressi senza dover sottostare alle imposizioni Bruxelles. Il Governo danese uscito sconfitto dal referendum ha tuttavia annunciato l’intenzione di rispettare appieno il voto dei cittadini e quindi di non rafforzare l’integrazione europea come avrebbe voluto. Il Governo aveva chiesto ai danesi di votare sì per poter così realizzare un coordinamento maggiore a livello europeo nel contrasto al terrorismo, ma ha prevalso la linea dell’estrema destra del Partito popolare danese che ha invece evidenziato come la rinuncia agli opt out avrebbe in pratica limitato ancora di più la sovranità nazionale in favore di Bruxelles e avrebbe comportato un incremento dei flussi migratoria in entrata. E la paura ha vinto. 
Il “No Camp” ha vinto con il 53,1% dei voti, contro il 46,9% del Yes Camp, in un referendum che ha visto partecipare il 72% dei danesi.
Dahl Thulesen, leader del Partito popolare danese, si è così espresso:
“I danesi sanno che quando è Bruxelles a gestire le cose, il processo avviene in un modo non trasparente e il risultato è la perdita di gran parte della nostra democrazia".
La voglia di Europa è sempre meno. E non solo dalle parti di Copenaghen. Il voto danese potrebbe dare ulteriore spinta a un'ipotetica Brexit. Prima della scorsa estate, quando i colloqui di Cameron per un nuovo accordo Londra-Bruxelles hanno fatto un buco nell'acqua, la Danimarca era praticamente l'unica sponda del primo ministro britannico.
Ora la storia potrebbe ripetersi, considerando che dopo gli attentati di Parigi la maggioranza dei britannici sembra propendere per l'abbandono dell'Unione Europea in vista del referendum che si dovrà tenere entro il 2017. Ma gli spiriti di rivolta contro l'Ue non si fermano qui e a Bruxelles temono il contagio.
In Polonia il governo ha promesso di sottoporre l'adesione alla moneta unica a un voto referendario. In Finlandia c'è chi chiede un referendum per abbandonare l'euro prima della prossima crisi. In Austria il Partito della libertà, anti-immigrazione, che ha raccolto una grande quantità di voti nelle elezioni regionali, è per un referendum "dentro-fuori" dall'Ue. 
L'Ue rischia davvero di perdere i pezzi. 
Il referendum danese altro non sarebbe che il primo tassello staccato dal puzzle. Al momento dunque l’architettura sembra reggere, ma tassello dopo tassello il rischio concreto è che il puzzle vada in mille pezzi. E’ il prezzo da pagare per un’Europa che fino ad oggi ha saputo costruire l’unità soltanto sull’austerità e sul rigore, imponendo misure draconiane e diktat sempre più insostenibili. E alla prima occasione utile i cittadini ne approfittano per ribellarsi. In pratica si è costruita l’Europa partendo dal tetto piuttosto che dalle fondamenta, cioè da quell’unità politica che avrebbe dovuto essere il filo conduttore della Ue. 

 

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