Che fine ha fatto Achille Occhetto?

04 gennaio 2016 ore 12:31, intelligo
di Anna Paratore

Che fine ha fatto Achille Occhetto?
Ai giovanissimi forse il suo nome non dirà molto, eppure dovrebbe essere ricordato da tutti se non altro perché è stato l’ultimo Segretario del Partito Comunista Italiano, all’epoca il più forte partito comunista d’Europa.  Ma non solo, è stato anche uno dei cofondatori del Partito Democratico Italiano, il primo partito post-comunista, quello che ha dato il via a una marea di cloni futuri diversi tra loro solo per il nome. Sapendo ciò, è facile comprendere che primo, stiamo parlando di Achille Occhetto e, secondo, in base del nostro credo politico, delle nostre idee o ideologie che dir si voglia, comunque lo si giudichi, ci riferiamo o a uno statista o a un politico che ha fallito completamente gli obiettivi che i suoi elettori e i suoi collaboratori si aspettavano da lui.  Decidete voi.

Achille Occhetto si può dire che sia “figlio d’arte”, perché abbraccia la causa comunista grazie alla passione paterna, e per questo si iscrisse alla Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI) nel 1953. Già all’epoca però amava prendere le distanze dal militante “duro e puro” che tanto andava di moda e, a chi glielo chiedeva, rispondeva di sentirsi un “libero pensatore comunista”, a ben vedere una discreta contraddizione in termini, che però lui supportò molto presto con un esempio pratico, redigendo e facendo approvare un documento di protesta per l’intervento sovietico in Ungheria. 
Negli anni che seguirono rimase molto attivo soprattutto in ambito giovanile, e sempre su una posizione critica riguardo certe “pietre miliari” del comunismo nostrano, come ad esempio il totale asservimento alle opere e alle azioni dei vari governi sovietici. Famosa la sua critica a Stalin, ma anche a Kruscev quando sosteneva che il modello del gulag fosse alla base del comunismo stesso. E in questo suo essere sopra le righe, pare che fosse ben compreso e appoggiato dietro alle quinte dallo stesso Palmiro Togliatti che , forse, in certi spunti ritrovava anche alcune sue idee che però immaginava troppo “rivoluzionarie” per quel particolare e delicato momento storico pieno di afflati libertari anche nei regimi più chiusi. E che quindi, con furbizia tutta politica, teneva per sé.
Per questo forse, e anche per la sua leadership all’interno della FGCI,  succede che intorno alla metà degli anni ’60 riceva l’incarico insieme a Giancarlo Paietta,  Pompeo Colaianni, Aldo Natoli ed Emilio Sarzi Amadè, di  una missione attraverso tutti i paesi del blocco sovietico per valutare le varie posizioni sulla guerra del Vietnam.  L’esperienza è altamente formativa, perché gli permette di conoscere da vicino l’Unione Sovietica e anche la Cina. In Cina, però, la delegazione italiana rompe coi comunisti cinesi sulla questione della “coesistenza pacifica".  Nell’insieme, si può affermare che Occhetto già all’epoca ha una visione più moderna e meno dogmatica del comunista militante, con varie aperture che gli permettono di appoggiare benevolmente, forse anche troppo,  il movimento del Sessantotto.  
Apprezzato da molti, criticato da altri, continua la sua carriera all’interno del partito fino all’apice, che arriva nel 1988, quando l’allora segretario PCI Alessandro Natta chiude con la politica in seguito a un infarto. E’ dunque segretario generale del PCI anche nel ’98, quando cade il muro di Berlino. A quel punto, Occhetto accelera su quei cambiamenti che ha sempre auspicato, e si arriva a quella che viene definita la Svolta della Bolognina. Per capire cosa intendeva Occhetto per un comunismo moderno, basta vedere che come segretario del PCI fu il primo a recarsi in visita ufficiale negli USA, a condannare pesantemente il comunismo cinese, a partecipare alle celebrazioni per i martiri ungheresi uccisi dalle truppe sovietiche, e ad accettare di incontrare anche Lech Walesa, allora leader dell’opposizione polacca al regime comunista, vera spina nel fianco dei veterocomunisti ad oltranza.

Fu così che quando venne designato capo del centrosinistra nelle elezioni del 1994 e perse contro Silvio Berlusconi, per la prima volta in campo con il suo Forza Italia, che l’intero popolo della sinistra gli si rivoltò contro, convinto che le sue tante svolte, le sue tante aperture, avessero indebolito o addirittura allontanato l’elettorato storicamente di sinistra più determinato. “La gioiosa macchina da guerra”, come lo stesso Occhetto aveva battezzato la sua creatura post-comunista, era stata silurata, colpita e affondata. A peggiorare la situazione, se caso mai fosse servito, arrivarono di lì a poco anche le elezioni europee dove il centrodestra vinse nuovamente, inducendo Occhetto a presentare la sue dimissioni dalla carica di segretario del partito.  E, per certi versi, quella fu la sua fine.
Da allora la sua fu una posizione secondaria in politica, spesso ad uso e consumo solo di satire cocenti tanto che alla fine del 2004, Occhetto decise di lasciare il partito e di aderire a un progetto poco comprensibile con Antonio Di Pietro. Non ebbe successo, e Achille mollò per  fondare l’associazione “Il Cantiere per il bene comune”.  Ma a quel punto la sua impronta politica era diventata sempre più labile. A fine 2009, Occhetto aderisce a Sinistra, Ecologia e Libertà di Vendola, e da allora di lui si sente parlare solo quando nasce la questione legata ai vitalizi dei deputati, che alcuni vorrebbero ridurre e altri addirittura sopprimere. E’ allora che Occhetto torna a far sentire forte la sua voce: “Guardate il mio reddito. Non ho altre entrate. Se mi fosse tolto il vitalizio di cosa vivrei? E di cosa vivrebbe la mia famiglia?", dichiara a maggio 2015, riferendosi ai 5800 euro mensili che riceve in quanto ex-parlamentare e ai suoi due figli che secondo le sue dichiarazioni sono disoccupati. Una diatriba su cui si potrebbe discutere e da tanti punti di vista diversi, ma che fa apparire la figura di Occhetto un po’ triste se si considera che in certi momenti del suo passato era stato considerato una sorta di golden boy della sinistra italiana e da molti, anzi moltissimi, il degno successore di Enrico Berliguer.

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