Dacca, Torino piange la "sua" scout. Il marito: "Urlava il mio nome"

04 luglio 2016 ore 8:42, Andrea De Angelis
Un dramma nel dramma. L'impossibilità di aiutare la propria metà, la donna scelta come compagna di vita. La persona amata. Non c'è spazio per i festeggiamenti, per la gioia di avercela fatta. Prevale il dolore figlio (anche) di quella terribile sensazione che ti fa sentire impotente. Disarmato.

Un commando di cinque terroristi ha tenuto in pugno un Paese per 10 ore prima di essere annientato dalle forze speciali bengalesi. L’assalto al ristorante Holey Artisan Bakery di Dacca, con le barbare esecuzioni di 20 ostaggi, nove italiani, porta la firma dell’Isis e segna l'inizio (forse) di una nuova sfida dello Stato islamico. Gli attacchi ora si concentrato nei punti più protetti del mondo globalizzato e interconnesso, mentre l'offensiva dell'Occidente si concentra in Siria e Iraq.
Così l'Italia, che dall'11 settembre non registrava un simile numero di vittime per attentati terroristici, piange i suoi connazionali. Lo fa anche Torino dove cresce l'attesa per il rientro della salma di Claudia D'Antona, l'imprenditrice di 56 anni uccisa nell'attacco di Dacca. Un anno e mezzo fa la città aveva pianto i turisti massacrati al museo del Bardo di Tunisi, Antonella Sesino e Orazio Conte. Nel marzo 2015 i torinesi si erano radunati al santuario della Consolata.  L'addio a Claudia D'Antona sarà invece dato, in forma privata, nella parrocchia di Gesù Nazareno, in piazza Benefica, dove la donna era stata per tanti anni scout.
Nella 'sua' Torino, dove amava tornare spesso, anche se da 25 anni viveva in Oriente, Claudia D'Antona ha lasciato tanti ricordi, soprattutto quelli per il suo impegno da volontaria della Croce Verde. E in Bangladesh aveva proseguito nel suo impegno umanitario finanziando una onlus che curava i bambini con deformità e le donne sfregiate con l'acido.

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A rimbalzare sui giornali
 ora sono soprattutto le parole cariche di dolore del marito, il sopravvissuto della strage di Dacca. Dice a Repubblica: "L'ultima volta che ho sentito la voce di mia moglie è stato quando ha gridato il mio nome dall'interno del locale. Non mi ero ancora nascosto quando ho notato due dei terroristi alle mie spalle e non so perché non mi abbiano visto. Ma in quel momento pensavo solo a salvare la vita". Poi la speranza, finita solo dopo il riconoscimento: "Mi creda, fino a quel momento, chissà perché, speravo che fosse viva".
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