Texas, Cardini: “Le vignette innescano una guerra di guerriglia. Moltiplicare le sfide all'estremismo non serve”

04 maggio 2015, Andrea Barcariol
Franco Cardini, storico ed esperto di Medio-Oriente, analizza l’episodio accaduto ieri in Texas dove due persone
Texas, Cardini: “Le vignette innescano una guerra di guerriglia. Moltiplicare le sfide all'estremismo non serve”
sono state uccise dalla polizia dopo che avevano aperto il fuoco sui passanti nei pressi di un edificio che ospitava una mostra di vignette su Maometto.

Che idea si è fatto di questo episodio?

«Credo che si debbano prendere misure adeguate per una realtà di tipo nuovo. Le vignette servono ai propagandisti dello jihadismo per alimentare questa ruota di crimini che richiamano forme di rappresaglia. E’ evidente che siamo davanti a una strategia. E’ necessario sensibilizzare l’opinione pubblica per far sì che questa gente abbia sempre meno seguaci».


Secondo lei le vignette sono un pretesto per azioni terroristiche?

«Le vignette sono un elemento innescante di una guerra di guerriglia. Sappiamo che nel mondo c’è un’allerta e qualunque forma di manifestazione che possa essere presa come un’offesa all’Islam scatena questo tipo di reazioni. Se io scrivo dei libri o degli articoli critici nei confronti dell’Islam questa reazione non si scatena, al massimo può arrivarmi qualche email di minaccia che lascia il tempo che trova. Sapendo che la satira scatena questo tipo di reazioni ci possono essere 3 atteggiamenti: 1) intensificare la conoscenza reciproca per limitare lo spazio di azione dei jihadisti sui più “deboli” 2) agire con l’intelligence e con l’infiltrazione senza bombardamenti e blocchi navali 3) muoversi con prudenza autolimitando la propria libertà. Consiglierei di non insistere con queste forme di ostentazione della libertà che vengono prese come delle provocazioni e in senso relativo, in questo particolare momento, lo sono. Chi fa le vignette contro Maometto per dimostrare che è coraggioso o per attirare per l’attenzione dimostra limitate capacità intellettive. E’ un momento difficile, bisogna prenderne atto e difendersi in modo adeguato. Sappiamo perfettamente che in questo modo si  attenta alla libertà, ma sappiamo bene anche che nella guerra a bassa intensità possono succedere queste cose. E’ come andare in una palude senza mettersi il repellente per le zanzare».

Quindi sarebbe opportuno evitare di organizzare eventi di questo tipo?

«Si torna al discorso sulla libertà assoluta e sulla libertà relativa che va contestualizzato. Da un lato in un regime di libertà si devono manifestare le proprie idee e la propria indignazione, dall’altro si può manifestare con un minimo di intelligenza e discrezione altrimenti non basta neanche mobilitare le forze dell’Ordine a scopo difensivo. Tutto ciò va evitato a monte».

Non è il momento per le sfide…


«Ci sono tanti modi per sfidare la gente, la sfida pacata, la sfida ragionevole, evitando cose che possono offendere in modo pesante una sensibilità educata all’estremismo religioso. Per sradicare questo tipo di mentalità bisogna lavorare molto. Se in Asia e Africa non ci fossero situazioni di sofferenza, al di sotto della soglia della povertà, probabilmente i jihadisti troverebbero molte meno persone disposte a uccidere per una vignetta. L’estremismo ha gioco facile, bisognerebbe intervenire su queste situazioni in modo positivo anche dal punto di vista politico e sociale. Lo stiamo facendo? Non serve moltiplicare le sfide, la guerra va condotta su vari fronti: intelligence, infiltrazioni, dialogo, riforme socio-economiche, stop alle multinazionali che, d’accordo con governi corrotti dell’Africa e dell’Asia, stanno stuprando interi continenti. Questo provoca l’emigrazione e gli arruolamenti tra i jihadisti. Se noi moltiplichiamo solo le sfide loro rispondo con l’unico arma che conoscono: l’attacco terroristico».

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