Marchini, Adinolfi, Giachetti, Raggi... e le canne: no al suicidio di massa dei giovani

04 maggio 2016 ore 13:21, Fabio Torriero
La frase di Alfio Marchini è stata chiarissima: "Io mi differenzio dalla politica delle droghe leggere di Raggi e Giachetti. Mio figlio ebbe un incidente anni fa e fu miracolato. I medici mi dissero 'se suo figlio ha avuto un recupero è solo perché non si è mai fatto delle canne'. Ogni volta che si fa uso di droghe leggere i danni cerebrali che vengono fatti sono molti".
Finalmente un politico che ha il coraggio di squarciare il velo dell’ipocrisia e del pensiero unico? Attenzione, subito dopo, il candidato romano folgorato da Berlusconi sulla ritirata di Damasco, è rientrato nei ranghi, omaggiando la formula anti-proibizionista (interloquendo con Saviano), dimostrando l’inefficacia strutturale dei centristi e la solita dose di furbizia elettorale per utili (ingenui) idioti (si legga elettorato valoriale, tipo quello del Family Day, sensibile all’antipolitica beautiful di Marchini).
Il tema non è “proibizionismo vs liberalizzazione” (che implica il passaggio molto poco indolore dal primato culturale e morale, al mero dato economico – togliamo i soldi alle bande criminali): ma che le canne fanno male e basta (è sufficiente ascoltare medici, psichiatri ed esperti), rovinano il cervello; e che non c’è un diritto a drogarsi. 
Mi dispiace, ma lo Stato liberale-garantista, non può sancire l’autodistruzione dei propri cittadini, a partire dai giovani, nel segno di un’idea folle di autodeterminazione e di libertà. 
Diritto a drogarsi? La droga fa bene? Queste sono le vere domande a cui i vari fan e ascari della “società radicale di massa”, dagli intellettuali a certi giornalisti, dai soloni del politicamente e culturalmente corretto (si pensi a Roberto Saviano), fino ai politici, devono rispondere.
Marchini, Adinolfi, Giachetti, Raggi... e le canne: no al suicidio di massa dei giovani
Roma sta diventando la centrale del male, dello sballo, del degrado e dell’alienazione metropolitana; e c’è una cultura libertaria imbecille che sta legittimando il suicidio di massa dei giovani. Altro che asse Giachetti-Raggi, altro che buche; la buca è nella testa di molti, di troppi: padri che fanno i figli, figli incapaci di percepire la realtà e la verità; madri che iper-proteggono, viziano e idolatrano i figli (il famoso familismo amorale). Vediamo di ristabilire qualche categoria.
Il mondo non si divide in “accannati” (nel senso letterale di consumatori di cannabis) e “tossici” (irrecuperabili), ma in persone che “non si drogano” e persone “che si drogano”. La verità va guardata in faccia e chiamata per nome. Poi, all’interno dello schieramento-drogati, c’è chi consuma droghe cosiddette leggere o pesanti, chi droghe liquide, droghe sintetiche etc. Chi lo fa ogni tanto (dipendenza intermittente), chi sempre (dipendenza pura). Nonostante le descrizioni distruttive, finto realiste, di sociologi e di pensatori in malafede (evidentemente in ogni critica c’è un’autobiografia), c’è anche tanta gente libera da questo dramma, che lavora, che ama la vita, che fa volontariato, che costruisce il suo futuro. Che cerca il buono e il bello. Non tutti i giovani sono uguali. Il pessimismo alimenta la liberalizzazione.

I consumatori di canne vanno trattati con tenerezza e misericordia, ma hanno un problema: la dipendenza (a nulla serve buttarla in caciara); sono portatori di fragilità di ferite, di vuoti personali e familiari; e la verità è la verità; e dire la verità è pedagogico. Mai banalizzare, relativizzare l’uso delle droghe (il bene e il male non sono equivalenti): una persona si droga, “non fa una tirata”; si sballa, “non assaggia sciroppi” per la tosse (pure la comunicazione è fondamentale);
Da decenni i radicali, i liberal nostrani, e i loro amici giustificano la legalizzazione delle droghe e non solo, col pretesto che tanto il male esiste e pertanto va regolato. Il male, certamente, va combattuto, ma culturalmente, non col condono. Se nella società ci sono i pedofili i ladri, legalizziamo la pedofilia, i furti? Ed è pericolosissimo limitarsi al primato dell’economia: togliamo i soldi alla camorra e trasformiamo lo Stato in spacciatore? Col risultato che la criminalità sarà sempre pronta ad alzare l’asticella dello spaccio. Commercerà un domani, le droghe sintetiche.
La grande emergenza che le famiglie devono combattere è la lotta alla cultura dello sballo che, in un gioco perverso tra vittime e carnefici, lega giovani vittime ai sostenitori dell’infantilismo di massa mascherato da garantismo astratto.

Sto parlando della “società delle pulsioni dell’io”, che sta minando dall’interno ogni identità (culturale, spirituale, politica, religiosa, familiare), e le radici stesse della polis, della relazione.
La società dell’egoismo, del materialismo, del consumismo, che in questo momento solo la Chiesa (e nemmeno tutta) sta cercando di fronteggiare concretamente.
Per questo l’offerta politica credibile (per le prossime amministrative) contro lo sballo, non può essere la politica dei Giachetti, delle Raggi, o tiepida, come tutti gli altri leader sul campo (Marchini), ma solo una scelta integralmente “anti”, alternativa. E questa scelta può venire unicamente da una proposta nuova, totalmente per la famiglia e per i suoi valori: il Popolo della Famiglia. Altre opzioni sono palliativi e prese in giro in questo momento. Per recuperare qualche voto.
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