Ttip, Hollande dice no e guarda alle presidenziali

04 maggio 2016 ore 21:33, intelligo
Alessandro Corneli

A un anno dalle elezioni presidenziali, con la popolarità molto bassa, il presidente François Hollande ha deciso di cavalcare la forte opposizione popolare, e degli agricoltori in particolare, al Trattato di libero commercio tra Ue e Usa. 
Anche a costo di incrinare i rapporti con Angela Merkel, piuttosto favorevole al TTIP, la quale, tuttavia, che dovrà affrontare le elezioni pochi mesi dopo, a settembre 2017, deve registrare un rovesciamento dell’opinione pubblica tedesca: i favorevoli all’accordo sono crollati dal 55% al 17%. Facendo eco al suo ministro del Commercio estero, Matthias Fekl, che aveva detto che “l’Europa propone molto e riceve molto poco in cambio”, 
Hollande ha precisato che “allo stato attuale del confronto, la Francia dice no all’intesa. Perché non siamo per un sistema di libero scambio senza regole. Non accetteremo mai che vengano messi in discussione i principi essenziali della nostra agricoltura, della nostri cultura. E che non ci sia una totale reciprocità nell’accesso agli appalti pubblici”.
Ridurre il no francese a un calcolo elettorale in vista delle elezioni presidenziali di maggio 2017 sarebbe però sbagliato. C’è il sospetto, difficilmente dimostrabile, che la pervicace stagnazione economica dell’Europa sia funzionale al disegno americano di raggiungere l’accordo transatlantico. Ovvero: il TTIP consentirebbe all’economia europea di riprendersi. 
Oggi, sul Sole 24Ore, Attilio Geroni ha scritto che la conclusione dell’accordo “dovrebbe servire anche al rilancio dell’economia europea”. In realtà, ciò non è dimostrabile. Viceversa cominciano timidamente ad apparire alcune considerazioni politiche di più lungo respiro, qui già anticipate: il trattato servirebbe agli Usa per compattare l’Europa in funzione anti-russa come l’analogo accordo transpacifico tende a compattare gli alleati asiatici dell’America contro la Cina. In una prospettiva non solo economica, ma militare. Giulio Sapelli, sul Messaggero di oggi, scrive infatti che “il disegno neo-imperiale, che va dall’Atlantico al Pacifico, racchiude in sé una strategia che non è solo commerciale ma anche di possibile confronto militare”.

Oltre Atlantico c’è qualcuno che sta riflettendo sulle conseguenze a lungo termine, economiche e politico-militari, di questo accordo lanciato nel 2012 da Barack Obama. Il quasi certo candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump, è decisamente contrario, ma anche Hillary Clinton è prudente se non altro perché il consenso dell’opinione pubblica americana al TTIP è sceso dal 53% al 15%. Senza contare, infine, che un’altra area, geoeconomica e geopolitica, attualmente in forte turbolenza, resterebbe fuori: quella mediorientale e nordafricana islamica, che è contigua all’Europa e lontana dagli Stati Uniti. Ridurre quindi il TTIP al solo aspetto commerciale, pur rilevante, è quindi sbagliato. È quindi positivo che, pur nella riservatezza con cui procedono i negoziati, violata dalle rivelazioni di Greenpeace, considerazioni di più ampio respiro riescano a farsi largo. È augurabile che anche in Italia l’opinione pubblica inizia ad essere informata meglio di quanto non sia avvenuto finora.


    

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