Aborto online, Adinolfi: "Europa ha banalizzato l'aborto. Non si lasci solo ai credenti la difesa della vita"

04 marzo 2015, Andrea De Angelis
La Procura di Genova ha iscritto nel registro degli indagati il fidanzato di una diciassettenne che sarebbe ricoverata in gravi condizioni dopo aver ingerito un farmaco abortivo acquistato su internet. Un caso di cui si sa ancora poco e per il quale i condizionali sono d'obbligo, ma che riapre la discussione sulla bontà dell'acquisto di farmaci online e, più in generale, sulla pratica abortiva in Italia. IntelligoNews ne ha parlato con Mario Adinolfi, direttore del quotidiano La Croce...  
Aborto online, Adinolfi: 'Europa ha banalizzato l'aborto. Non si lasci solo ai credenti la difesa della vita'
  Il caso di Genova apre una riflessione sull'acquisto di farmaci abortivi online. Il problema è giuridico, ad essere chiamata in causa è la politica o nel mirino finisce ancora una volta l'educazione e più in generale la sfera culturale? «La prima questione è la banalizzazione dell'aborto. In Europa chi è responsabile dell'idea che l'aborto può essere sostanzialmente autoindotto attraverso farmaci da banco? A livello europeo è stata liberalizzato l'acquisto della pillola dei cinque giorni dopo senza ricetta medica. Il primo passaggio è questo, cioè la trasformazione dell'aborto in una sorta di metodo di contraccezione d'emergenza. Occorre spiegare con chiarezza che cos'è l'aborto e che impatto ha sul corpo della donna, senza dimenticare il punto di vista di chi ritiene l'essere umano nato al momento del concepimento». Il che implica anche possibili danni psicologici. L'aborto può anche andare bene, poi però emergono altri problemi.  «Esattamente, dobbiamo costruire una cultura della vita che non è di stampo religioso, ma laica perché di rispetto della razionalità e della logica». Si spieghi meglio.  «L'essere umano esiste dal momento del suo concepimento. Se non fosse così, va spiegato perché. Ad esempio secondo la legge 194 l'essere umano diventa intangibile dal novantesimo giorno. Proviamo a spiegare bene dal punto di vista culturale, scientifico, filosofico e morale qual è il momento di inizio della nostra esistenza. Questo è il primo passaggio». Il secondo? «Ragionare sul fatto che l'aborto non è un diritto, ma una extrema ratio persino per la legge 194 che lo definisce un reato penale, salvo le specifiche contenute in essa. Ricominciamo a ragionare persino rileggendo la legge 194, facciamo un lavoro che ha a che fare con tutti gli ambiti indicati, da quello culturale al giurisprudenziale, che riguarda cioè il campo logico». Non religioso, come ha detto poc'anzi. Perché spesso appena si parla di aborto si finisce per essere etichettati come integralisti o fanatici religiosi... «Nel mio libro "Voglio la mamma" riporto tre pagine di Pier Paolo Pasolini, che credo possa essere valuto come un intellettuale progressista di sinistra, totalmente contro l'aborto. Nello stesso libro riproduco pagine di Norberto Bobbio, filosofo laicista di sinistra, nelle quali si chiede perché lasciare ai credenti l'onore di combattere per la vita. Dunque il ragionamento è in termini razionali, laici, culturali». Nel ricominciare da capo occorre andare a monte, spiegare il sesso, cos'è e che valore ha oggi come ieri. Se la famiglia non fa questa occorre farlo nelle scuole? C'è un'emergenza educativa, una carenza di trasmissione di informazioni? Forse non arriveremmo al punto di dover cercare magari freneticamente una medicina su internet... «Sono assolutamente d'accordo, il passaggio della responsabilizzazione genitoriale è decisivo. I genitori tendono a delegare alle istituzioni scolastiche anche l'educazione sessuale dei propri figli, mentre è evidente che tale responsabilità è propria del ruolo materno e paterno. Io ho delle figlie, l'approccio migliore può essere quello femminile all'inizio di questa complessa macchina che è la sessualità umana e poi interviene anche un ruolo maschile. Con la mia figlia più grande ho affrontato molti momenti di imbarazzo per dover spiegare la sessualità». Però è meglio imbarazzarsi prima che dopo... «Esatto, superando questa difficoltà poi si costruisce un dialogo vero e fecondo con i propri figli. Se l'imbarazzo invece ci frena e l'esito è la delega all'istituzione scolastica perdiamo una grande occasione e i figli non ci riconosceranno come interlocutori. L'assenza di tale interlocuzione può essere terribile». Un'ultima battuta sull'addio di Veneziani a Il Giornale. Ci ha colpito in un articolo a difesa del crocifisso un passaggio nel quale afferma che chi si dice emancipato è solo sradicato , per poi chiudere con un "barbari chic". Tali parole possono essere riferite anche all'educazione sessuale? Mancano le radici, un'identità? «Ha ragione Veneziani e mi permetto di approfittare di IntelligoNews per dirgli che le pagine del quotidiano La Croce, il giornale che io dirigo, sono aperte alle sue idee sempre interessanti, qualche volta magari non condivise, ma penso che una penna come la sua debba essere presente su un quotidiano italiano. Anche se noi siamo piccoli ci piace dare un porto, se lo vorrà, a Marcello Veneziani. Detto questo, attenzione a ragionare ancora una volta bene su questi temi perché lo sradicamento della nostra cultura nazionale porta a una generazione di canne a vento». Prima comprendiamola e poi magari rifiutiamola pure, è questo il punto? «Sì, perché si parte sempre da un'identità. Se vuoi dialogare devi prima avere chiaro chi sei. Il primo passaggio è chiarire chi siamo, poi si può rifiutare o meno in una logica di confronto e accoglienza piena».          
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