Hillary Clinton ha già composto lo staff per la Casa Bianca. Peccato che in politica estera...

04 marzo 2015, Americo Mascarucci
Hillary Clinton ha già composto lo staff per la Casa Bianca. Peccato che in politica estera...
Hillary Clinton? No grazie
. A gennaio del 2016 negli Stati Uniti inizierà ufficialmente la campagna elettorale per le presidenziali con le primarie dei partiti per la scelta dei candidati. 

C’è grande fermento in Casa Repubblicana dove sarebbero molti gli aspiranti candidati alla successione di Barak Obama, mentre sull’altro fronte, quello dei Democratici, appare quasi certo il ritorno sulla scena dell’ex segretario di stato Hillary Clinton, desiderosa di ritentare la conquista della Casa Bianca dopo essere stata scalzata alle primarie di otto anni fa proprio da Obama. Sembra che l’ex first lady abbia già composto il suo staff e sia già in piena corsa. Una prospettiva, quella di avere la signora Clinton alla Casa Bianca, che non può certamente entusiasmare, visto il bilancio decisamente fallimentare (usiamo un eufemismo) della sua politica estera. Eh sì, perché proprio sull’ex segretario di Stato pesa la responsabilità di aver sostenuto lo sviluppo di quelle primavere arabe che, lungi dal portare la democrazia in Medio Oriente, ci hanno regalato l’Isis. 

La signora Clinton non ci ha capito niente, strategicamente parlando, e cosa ben più grave è stata totalmente incapace di gestire la fantomatica “transizione democratica” tanto sbandierata dall’Occidente. Prendete ad esempio l’Egitto. Gli Usa hanno ritenuto ad un certo punto necessario favorire la caduta del regime di Hosni Mubarak, nonostante lo stesso fosse sempre stato un alleato strategico degli americani e degli israeliani nel controllare il Canale di Suez e nell’impedire soprattutto il transito delle navi da guerra iraniane verso porti amici, vedi la Siria. Il celebre invito rivolto a Mubarak a farsi da parte favorendo il cambiamento e la transizione verso la democrazia lanciato dalla signora Clinton, spinse l’esercito, fino a quel momento schierato a difesa del rais, a voltargli le spalle e ad accelerare  la crisi irreversibile del regime, nonostante Arabia Saudita e Israele avessero sollecitato gli Usa a non abbandonare Mubarak al suo destino pena l’avvento al potere della temutissima Fratellanza Musulmana. Ciò che puntualmente è avvenuto con le prime elezioni libere. La vittoria è andata al partito meglio organizzato e radicato sul territorio, i Fratelli musulmani per l’appunto, movimento di stampo islamico radicale di matrice sunnita ma inviso ai sauditi. Oltre a trasformare la costituzione in senso fondamentalista, il neo presidente Morsi uscito vittorioso dalle urne, ha subito dimostrato una forte autonomia rispetto all’Arabia Saudita al punto da lasciar intendere di privilegiare un rapporto molto più stretto con la Turchia di Erdogan a scapito della monarchia di Ryad. 

  Il golpe del generale Al-Sisi pilotato dai sauditi che ha portato alla caduta di Morsi e alla nuova ondata di repressione contro i Fratelli Musulmani, ha trovato l’America del tutto impreparata e incapace di gestire la situazione; una situazione frutto dell’incapacità della signora Clinton di governare adeguatamente il dopo Mubarak pur essendo perfettamente consapevole della forza organizzativa e numerica dei Fratelli Musulmani, dei loro ideali fondamentalisti e della loro storica avversione verso il re saudita. Con il risultato che l’Egitto democratico sognato dalla ex first lady oggi è dominato da un nuovo Mubarak, un militare che come Nasser nei primi anni cinquanta, ha scatenato contro i Fratelli Musulmani una nuova ondata di repressione violenta, fatta di arresti ed esecuzioni sommarie. Per non parlare poi della Siria altro terreno su cui la signora ha lasciato un segno, ovviamente negativo. L’America ha puntato sin da subito ad indebolire il regime di Assad sostenendo l’azione dell’opposizione sunnita e tentando con ogni mezzo l’intervento militare per abbattere il regime di Damasco, intervento sempre scongiurato dai veti di Cina e Russia nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Intanto però il sostegno ai ribelli si era fatto sempre più evidente, condito da ipocriti richiami al rispetto dei diritti umani, violati secondo la propaganda statunitense da Assad attraverso l’utilizzo delle armi chimiche (già, le stesse armi chimiche che avevano  motivato dieci anni prima la guerra all’Iraq di Saddam Hussein per altro mai trovate).  Peccato che mentre Obama e la Clinton si sperticavano in appoggi quasi incondizionati all’azione dei ribelli, arrivavano allarmi da più parti, ad iniziare dalle comunità cristiane di Siria e Iraq, con denunce di devastazioni e massacri compiuti proprio dai tanto esaltati liberatori, nelle cui fila era sempre più chiara la predominanza del terrorismo. Oggi ci troviamo alle prese con i miliziani dell’Isis che sono il prodotto più autentico di quella rivoluzione siriana che nelle intenzioni della Clinton e di Obama avrebbe dovuto portare a Damasco la democrazia e il rispetto dei diritti umani. Ci troviamo con le teste mozzate, i corpi carbonizzati, i cristiani crocifissi, le donne violentate e ridotte in schiavitù, i bambini trucidati. Ecco, questo è il risultato fallimentare della politica estera della signora Clinton alla quale tuttavia va riconosciuta l’onestà intellettuale di aver ammesso i propri errori.

Eh sì, perché proprio lei, non altri, di fronte alle atrocità dell’Isis è arrivata a sostenere che “in Medio Oriente abbiamo commesso seri errori di valutazione”. Questo le fa sicuramente onore cara signora, ma proprio per questo forse è il caso che stia il più lontano possibile in futuro dalla Casa Bianca.  
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