Turchia: autobomba al commissariato, due morti e 35 feriti. Perché ritorna il Pkk?

04 marzo 2016 ore 12:52, Luca Lippi
Esplosione nei pressi della stazione di polizia di Nusaybin, nel sudest del Paese. Le forze dell'ordine puntano il dito contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Era un po’ che il Pkk non faceva azioni di guerriglia contro l’assetto (secondo loro) non democratico del paese oltre l’esigenza di vedere riconosciuta l’autonomia del Kurdistan.
Che non ci fosse una vera e propria tregua lo si era già capito a novembre scorso quando Duran Kalkan, membro del Comitato Esecutivo del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) ha affermato che il golpe civile del 1 novembre è una continuazione del colpo di stato militare del 12 settembre, e mira a ristabilire e sostenere la dittatura emersa dal colpo di stato. Nello specifico Kalkan dice: “Vogliono impedire la caduta della dittatura e la fondazione della Repubblica Democratica. Il colpo di stato del 1 novembre era diretto a bloccare la strada spianata dalle elezioni del 7 giugno verso una Repubblica Democratica.”

Turchia: autobomba al commissariato, due morti e 35 feriti. Perché ritorna il Pkk?
l’AKP ha fatto un passo avanti formando un governo, Kalkan ha osservato che il prossimo periodo vedrà una battaglia finale tra fascismo e democrazia, e tra colonialismo e libertà dei curdi. Afferma Duran Kalkan: “Una grande lotta sta, infatti, prendendo forma su un livello finale. Il prossimo inverno sarà testimone di questa grande lotta. Nel nome del dovere e della politica fascista di genocidio culturale a esso affidata, il governo dell’AKP condurrà ogni tipi di attacco per l’eliminazione e l’annientamento del popolo e del movimento curdo. In risposta, noi resisteremo globalmente, in ogni singola strada, casa, quartiere, città, montagna e valle. I giovani e le donne, come i giovani e gli anziani, tutti resisteranno. Le persone resisteranno, la guerriglia resisterà, la nostra gente all’estero resisterà, e quelli incarcerati nelle prigioni resisteranno”. Queste dichiarazioni del novembre scorso pare siano il prodromo di quello che è accaduto stamattina, Un'autobomba è esplosa nei pressi del commissariato di Nusaybin, nel sudest del Paese. Secondo i media locali almeno due agenti sono morti mentre i feriti sono 35. Gli autori dell'attacco sarebbero militanti del Pkk, Partito dei Lavoratori del Kurdistan. E' quanto sostengono le forze dell'ordine. L'attentato avviene a meno di 24 ore dall'assalto a una stazione di polizia di Istanbul.
Oltretutto Kalkan si è esposto anche sulla posizione di Abdullah Öcalan descrivendolo in una posizione di resistenza, aggiungendo: “Il Leader sta resistendo. Egli ha preso posizione contro tutte queste cose. Ha detto che la libertà può essere raggiunta attraverso la lotta e ha adottato una linea di lotta. Questa resistenza è sacra e trionferà. Non c’è altro modo di vincere. Sto invitando tutto il nostro popolo patriottico a non ascoltare coloro che promettono qualcosa di diverso dalla resistenza. State in guardia contro chi cerca di trascinarvi nel pacifismo e nell’arresa.”
Solo quattro mesi dopo (e siamo ai nostri giorni) Abdullah Öcalan smentisce clamorosamente Duran Kalkan. il leader storico del Pkk Abdullah Öcalan ha lanciato dall'isola-carcere di Imrali, dove sconta un condanna all'ergastolo per alto tradimento, un appello ai ribelli curdi affinché depongano le armi e aprano un negoziato di pace diretto con il governo di Ankara: "E' in corso un processo per metter fine a 30 anni di conflitto, con una pace perpetua, il nostro principale obiettivo è ottenere una soluzione democratica. Mi rivolgo al Pkk perché organizzi un congresso straordinario in primavera per prendere la decisione storica e strategica di metter fine alla lotta armata sulla base di principi mutuamente concordati. Questo appello è una storica dichiarazione d'intenti per sostituire la politica democratica alla lotta armata”.
In buona sostanza siamo alla rottura definitiva? Il Pkk è ancora convinto che la Turchia abbia abbandonato il Kurdistan a se stesso? La mossa di Öcalan si colloca in un quadro regionale profondamente modificato dalla guerra in Siria e dall'emergenza lungo il confine turco del "califfato" dei jihadisti dell'Isis, che minaccia le autonomie curde in Siria e Iraq. I miliziani curdi turchi, siriani e iracheni si sono uniti per combattere lo Stato islamico, già sconfitto a Kobane, con l'appoggio della coalizione a guida Usa.
I curdi si aspettano un riconoscimento internazionale delle loro autonomie nei tre Paesi in cambio del ruolo cruciale che stanno giocando nella guerra all'Isis. Dietro l'angolo c'è il sogno del Grande Kurdistan. Anche il momento particolare della politica interna turca sembra spingere verso un accordo di pace. E invece adesso che succede? Seguiamo gli sviluppi per chiarire la situazione.

autore / Luca Lippi
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