Istat, lavoro: occupati +0,2%. Pesa la disoccupazione giovanile

04 novembre 2016 ore 10:03, Luca Lippi
Il tasso di crescita dei ‘senza lavoro’ cresce a settembre all'11,7%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto ad agosto. Invero il dato è viziato da un crollo degli inattivi, di conseguenza subisce una pressione anche la base di calcolo dei senza lavoro.
In sintesi, secondo quanto stimato dall’Istat i disoccupati dopo il calo di luglio e agosto: sono 60 mila in più (+2%), con una distribuzione tra uomini e donne e le varie fasce d'età. Il tasso di disoccupazione, pari all'11,7%, è di 0,2 punti percentuali più alto di agosto. Sfuggono da questo peggioramento i giovani tra 15 e 24 anni, tra i quali si registra un miglioramento di 1,2 punti con il tasso di senza lavoro in discesa al 37,1%. Rispetto al settembre 2015, l'aumento dei disoccupati è del 3,4%: 98 mila persone in più.
Istat registra anche una crescita degli occupati: +0,2%, pari a 45 mila persone, che permette di recuperare il calo registrato a luglio. 
In un anno, cioè rispetto al settembre 2015, gli occupati sono 265mila in più e quasi esclusivamente per la crescita dei dipendenti permanenti (+264 mila). Il miglioramento è sbilanciato particolarmente verso gli over 50, con 384mila persone in più al lavoro.
Per spiegare la doppia dinamica di crescita, sia di occupati che di disoccupati, con un tasso di senza lavoro in espansione serve ricorrere allora al calo degli inattivi. 
Scrive l'Istat: "La maggiore partecipazione al mercato del lavoro nel mese di settembre, in termini sia di occupati sia di persone in cerca di lavoro, si associa alla diminuzione della stima degli inattivi": scendono dello 0,9%, sono 127 mila in meno. 
La rinnovata domanda di lavoro da parte degli italiani è ancora più accentuata sul raffronto annuo: 508mila persone sono uscite dal limbo di coloro che non lavorano né cercano occupazione in meno. 

Istat, lavoro: occupati +0,2%. Pesa la disoccupazione giovanile

La nota dolente e soprattutto più preoccupante è che siamo il Paese in cui meno giovani sotto i 35 anni sono impiegati, solo il 25,4%, contro una media europea del 36,4%. Il problema risiede nell’Information and Communications Technology, è il settore guida dell’innovazione e della crescita.
Se è ampio e occupa una rilevante porzione dei lavoratori, significa che il futuro economico del Paese sarà, con ogni probabilità, buono. Non a caso, verrebbe da pensare, in Italia l’Ict occupa soltanto il 2,5% dei lavoratori, mentre la media europea è al 3,5%. Ma non solo.
Se si getta uno sguardo all’interno della composizione di questa forza lavoro, si può notare nella sua interezza il gap, ormai incolmabile, con il resto d’Europa, e si ha la rappresentazione plastica della condizione disperante dei giovani e dei laureati italiani.
Osservando la percentuale di laureati tra tutti coloro che lavorano nella comunicazione o nella tecnologia, l’Italia è miseramente ultima con un umiliante 33,1%, cioè 15 punti sotto la penultima, la Germania, che vanta però un’istruzione tecnica superiore con cui sostituisce, di fatto, parte di quella universitaria. La media europea è lontanissima: 60,5%, e irraggiungibili le statistiche di Spagna, Francia, Irlanda, Lituania, dove si va sopra il 70%.
Nel tempo c’è stato un certo aumento, dal 20% del 2014 al 33% di oggi, ma largamente inferiore a quello che sarebbe stato necessario per diminuire il gap con i Paesi vicini in modo significativo.
Dobbiamo intervenire soprattutto sull’esigenza di formare le classi più giovani pur dovendo contrastare l’esigenza di questi ultimi di sopperire all’urgenza di dovere procurarsi un reddito qualunque pur di sopravvivere.
Dunque c’è un doppio alibi, quello dell’urgenza di lavorare a discapito della formazione, e quello dell’invecchiamento della popolazione, ma soprattutto della crisi economica, che ha sacrificato in particolare non i lavoratori meno produttivi, bensì quelli con un contratto più debole, a progetto, a partita Iva, a tempo determinato, in una parola ‘i più giovani’.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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