La sentenza dell'Alta Corte Britannica farà 'saltare' il Brexit?

04 novembre 2016 ore 13:47, Luca Lippi
L’Alta Corte britannica ha deciso: “Il principio fondamentale della costituzione del Regno Unito è che il Parlamento è sovrano”, lo ha detto il giudice Lord Thomas nel leggere il verdetto dopo meno di tre settimane di delibera. 
Di cosa stiamo parlando? Ma della sentenza su Brexit secondo cui il governo britannico non può avviare autonomamente le procedure per uscire dall’Unione Europea senza prima avere l’approvazione del Parlamento.

Il fatto
Tutto nasce dalla ‘denuncia’ presentata da un gruppo di cittadini capitanati dalla manager della City Gina Miller e dal parrucchiere Deir Dos Santos. 
Al centro della battaglia c’era la questione, squisitamente britannica, su cosa dovesse prevalere nel dare il via alla Brexit: la prerogativa reale, che dà potere esecutivo al governo, o la sovranità del Parlamento? 
Questione piuttosto acerba e angarbugliata giacché la Gran Bretagna non ha una costituzione scritta e che la formulazione stessa dell’Articolo 50 è vaga: uno stato membro può attivarlo “in accordo con i propri requisiti costituzionali”.  
Poco male, la sentenza dell’Alta Corte non blocca la Brexit, nè ribalta l’esito del referendum del 23 giugno: i deputati non possono, e non vogliono, ignorare il voto di 17 milioni di concittadini. 
Tuttavia il pronunciamento rende più incerto e più complicato il cammino verso il divorzio da Bruxelles. Probabilmente rallenterà le procedure e potrebbe costringere May a un compromesso e, forse, a una Brexit più soft. 
Downing Street fa sapere che andrà avanti con i piani e che farà ricorso alla Corte Suprema. Il governo spera di confermare la tabella di marcia prevista e avviare le procedure entro fine marzo. 

La sentenza dell'Alta Corte Britannica farà 'saltare' il Brexit?

Infatti, se è vero, come è vero, che al governo ci sono i Conservatori, che si sono impegnati a rispettare il risultato del referendum, è altrettanto vero che il partito continua ad essere diviso fra i deputati sostanzialmente ostili a Brexit  e quelli favorevoli.
L’opzione di nuove elezioni è esclusa, piuttosto si farà ricorso alla sentenza dell’Alta Corte Britannica e nel frattempo si faranno i conti delle eventuali conseguenze politiche di ritardare o ‘snaturare’ la volontà del popolo di sua Maestà, ballano il 50% circa dei consensi, e tutti sappiamo che la politica è piuttosto vorace di consenso senza il quale non avrebbe motivo di esistere, anche nella ‘democraticissima’ Gran Bretagna.
La soluzione
Sarà ricompattata una maggioranza che comunque è facilmente individuabile giacchè è da costruire all’interno di una coalizione omogenea, politicamnete saranno adeguatamente cercati compromessi politici tra le proposte di uscita dall’Ue, proposte peraltro già esistenti (non esiste che uno Stato non abbia una exit strategy) ma ancora non rese pubbliche.
Conclusione?
Forse è più una questione mediatica che una concreta problematica burocratica; la certezza è che May ha fatto sapere che intende rispettare il percorso già stabilito dal governo e quindi invocare l’articolo 50 entro marzo. 
È ovvio ipotizzare che la strategia di alcuni Conservatori e Laburisti è stata quella di creare pressione sul Primo Ministro allo scopo di costringerlo a svelare i piani di uscita, e a carte scoperte cercare una mediazione e un aggiustamento dei piani stessi.
Jesse Norman, sottosegretario all’Industria, ha scritto su Twitter che la sentenza “ci ricorda che viviamo in una democrazia parlamentare, e non popolare”, mentre Anna Soubry, parlamentare ed ex ministro delle Piccole imprese nel governo Cameron, ha spiegato di voler “rappresentare gli interessi del 48 per cento”, cioè di quelli che al referendum su Brexit votarono per rimanere nell’Unione Europea.
Il gioco, data la percentuale di elettori intorno al 50% è un’arma a doppio taglio, non avrebbe alcun senso offrire una soluzione a un 50% se l’altro si opporrebbe automaticamente, e viceversa. 
C’è poi da valutare se la percentuale dei favorevoli alla Brexit non sia aumentata nel frattempo; in concreto, vista dall’interno della Gran Bretagna il Brexit al momento non è stato poi quello che si voleva far credere.

autore / Luca Lippi
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