Obama e Rohani si annusano: questione di … uranio

04 ottobre 2013 ore 11:40, Americo Mascarucci
Obama e Rohani si annusano: questione di … uranio
Stati Uniti ed Iran sono tornati a parlarsi dopo oltre trent’anni di dichiarata ostilità. Il neo presidente iraniano Hassan Rohani ha teso la mano all’Occidente, dicendosi pronto ad incontrare il presidente Barak Obama.
L’incontro non c’è stato, ma i due si sono parlati al telefono ed hanno ribadito la comune volontà di avviare un dialogo costruttivo. Rohani, esponente del fronte moderato e riformista del khomeinismo, ha vinto le ultime elezioni presidenziali con la promessa di riforme e con l’impegno a rompere l’isolamento internazionale del Paese. Tutto ruota intorno all’arricchimento dell’uranio, piatto forte del programma nucleare iraniano considerato dall’Occidente e da Israele una prova incontrovertibile dei propositi bellici della repubblica islamica. C’è da fidarsi del nuovo presidente, o sta solo cercando di tranquillizzare gli Usa per poter ricevere un allentamento delle sanzioni internazionali senza rinunciare all’arricchimento dell’uranio? Sta di fatto che, non appena Obama ha accettato la richiesta d’amicizia proveniente da Teheran, gli alleati storici degli Usa nel Medio Oriente sono andati su tutte le furie. Israele, tramite il premier Netanyahu, ha fatto sapere di non fidarsi minimamente di Rohani e di essere pronto a difendersi contro l’Iran anche senza il consenso dell’America. Uno scetticismo in larga parte giustificato e comprensibile se si pensa alle dichiarazioni di odio che dal 1979 in poi sono state riversate sul mondo ebraico. Nemmeno l’Arabia Saudita sembra aver molto gradito le aperture occidentali in direzione degli ayatollah. L’ambiguità di Rohani sulla questione del nucleare, evidenziata a più riprese dagli israeliani e dai sauditi come esempio di scarsa affidabilità, va letta dal punto di vista dei rapporti politici interni. L’ostilità nei confronti degli Usa continua ad essere molto forte fra gli sciiti più integralisti, fra i pasdaran dell’ex presidente Ahmadinejad e fra i partiti conservatori, che non hanno mancato di contestare il presidente al suo ritorno dall’assemblea generale dell’Onu, dove ha ribadito la volontà di dialogare con l’Occidente e ha condannato l’olocausto degli ebrei. Rohani non può quindi spingersi troppo oltre, anche per non rompere l’equilibrio politico raggiunto con la guida suprema Alì Khamenei, favorevole a che l’Iran risolva il problema delle sanzioni internazionali, ma indisponibile a piegarsi davanti al “grande satana occidentale”. L’attuale presidente non vuole ritrovarsi come il suo illustre predecessore Mohammad Khatami, osteggiato nella realizzazione del suo programma riformatore dall’opposizione di Khamenei, costretto alla fine ad uscire di scena fra la delusione di quanti avevano creduto nella possibilità di modernizzare l’Iran. Non sarà certamente un incontro a spazzare via oltre trent’anni di consolidata ostilità, ma la ripresa di un dialogo con Teheran potrebbe rivelarsi molto utile all’Occidente; non tanto per ottenere garanzie sul carattere non aggressivo del programma nucleare (anche se questa continua a restare la priorità), quanto per ricevere collaborazione nella complicatissima risoluzione della crisi siriana. L’Iran infatti è il principale alleato del regime di Bashar al Assad e può giocare un ruolo essenziale, insieme alla Russia, nel favorire il buon esito del negoziato con la Siria. Ma non solo: c’è anche la questione del Bahrein che crea tensione nel Medio Oriente e che Rohani potrebbe contribuire a risolvere. Il piccolo regno è popolato in maggioranza da sciiti ma è retto da una monarchia sunnita. Le lotte fra sciiti e sunniti negli ultimi anni sono degenerate con violenti scontri fra fazioni. Gli sciiti contestano l’impostazione filo saudita della monarchia e chiedono riforme. Ecco perché un possibile avvicinamento fra Obama e Rohani non può che disturbare il regime di Riyad, dove il riformismo è un termine bandito dal vocabolario.
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