L'inevitabile protagonismo di Renzi

04 ottobre 2016 ore 13:52, Lucia Bigozzi
di Alessandro Corneli

L’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è tornato per la seconda volta a correggere la strategia della campagna referendaria a favore del SI, cioè dell’approvazione della riforma costituzionale. Qualche settimana fa aveva criticato la personalizzazione della battaglia, incentrata su Matteo Renzi e su Maria Elena Boschi: Renzi aveva promesso di de-personalizzarla, aveva allontanato la Boschi dalle luci della ribalta e aveva iniziato a chiedere un confronto sui contenuti. Non è bastato se, pur dopo la vittoria di Renzi sul professore Gustavo Zagrebelski nel confronto televisivo su La 7 di venerdì scorso, Napolitano è tornato con durezza sulla questione, affermando che “sono stati commessi molti errori”. Renzi gli ha subito dato ragione; ma che può fare?

Da sei anni viviamo in un clima di estrema personalizzazione della politica. Proprio alla fine del 2011, Napolitano prese in mano la situazione – lo spread a 500 punti – e invitò Silvio Berlusconi a farsi da parte. Quindi nominò Mario Monti, che emarginò, dopo le elezioni del febbraio 2013, anche perché lo stesso Monti aveva dato segnali di protagonismo. Anziché incaricare il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, per formare il nuovo governo, gli preferì Enrico Letta. Su uno sfondo abbastanza melodrammatico, accettò la rielezione al Quirinale, ma a tempo, “per fare le riforme”.  Quindi assistette impassibile al logoramento del governo Letta ad opera del “rottamatore” Matteo Renzi, favorendone il protagonismo rampante fino al punto di nominarlo presidente del Consiglio nel febbraio 2014. Alla fine si dimise, il 15 gennaio 2015, lasciando tutto il palcoscenico all’enfant prodige, il quale ha dimostrato di saperlo reggere senza timidezze.

Sono seguite l’approvazione di una nuova legge elettorale – l’Italicum – su cui dovrà pronunziarsi la Corte costituzionale, e della riforma costituzionale, su cui si terrà un referendum confermativo, senza quorum, il 4 dicembre. A questo punto Renzi ha infilzato una serie di “errori”: quelli a cui probabilmente si riferisce Napolitano. Ha detto che sul referendum avrebbe giocato addirittura la sua carriera politica, poi solo il governo, infine nemmeno questo perché “va rispettata la volontà dei cittadini”. Messo alle strette, ha detto che bisogna guardare i contenuti della riforma e non farne un plebiscito sulla sua persona. Facile a dirsi, non a farsi: se Renzi non difende a spada tratta la riforma, chi la difende? Dall’interno del suo partito, il Pd, addirittura Massimo D’Alema guida uno dei comitati del NO. Lasciamo da parte la sinistra che conta poco, ma lo stesso Bersani è in mezzo al guado. Come si dice, la toppa è peggio del buco: ipotizzare che sia la destra ad approvare la riforma, come ha detto Renzi, facendo evocare l’ipotesi di un secondo “patto del Nazareno”, ha irritato a destra e a sinistra. Schierare tutto il governo, cioè i ministri, a favore del SI, difficilmente potrà portare voti dal momento che i ministri sono quasi tutti schiacciati su Renzi. 

L'inevitabile protagonismo di Renzi
Non resta che la manovra apocalittica. Parlando ai giovani del Pd; Renzi ha detto: “Ci giochiamo, nei prossimi due mesi, i prossimi 20 anni. E' una sfida pazzesca, molto più grande del futuro mio e del mio governo.
Una scelta decisiva per il futuro dell'Italia nell'Europa. E' la partita chiave dei prossimi 20 anni, non tornerà più un'occasione del genere”.  Ma se c’è un popolo profondamente scettico, che ne ha viste di tutti i colori, è quello italiano: per cui tale linea difficilmente susciterà entusiasmo. Ultima trovata: trasformare il SI alla riforma in un NO al Movimento 5 Stelle. Non gli resta che minacciare una guerra: ma contro chi?

Napolitano ha ragione a parlare di “errori”. Ma questi sono le inevitabili conseguenze del modo in cui è stata impostata tutta la vicenda. Renzi non può non personalizzare lo scontro. Il suo tentativo di spostare l’attenzione sulla legge elettorale, dichiarandosi pronto a modificarla, non cambia il quadro generale. In ogni caso, ha subito fatto un passo indietro: non sarà il PD a proporre qualche modifica. La nuova discesa in campo di Napolitano non è stata delle più felici: affermare che approvando la riforma si avrebbe “la possibilità di tornare a rendere il Parlamento un luogo degno” significa forse che il Parlamento che lo ha eletto due volte non sarebbe stato “degno”?  Evidentemente nel fronte del SI c’è molta confusione e molta preoccupazione. Ma questo non è una garanzia di vittoria per il fronte del NO che non ha un progetto da proporre e, forse, nemmeno un leader in grado di fare un protagonismo minimo indispensabile.

Le uniche carte in mano a Renzi sono oltre Atlantico. Vedrà Obama, che ha già dato il suo apprezzamento alle riforme, come hanno fatto anche il Segretario di Stato e l’ambasciatore americano a Roma. Una vittoria di Hillary Clinton, il prossimo 8 novembre, lo rinfrancherebbe perché in Europa è isolato. Nei giorni scorsi ha ricevuto un altro endorsement: quello della capo economista dell’Ocse,  Catherine Mann, la quale ha detto che le riforme costituzionali contenute nel referendum del 4 dicembre "sono la chiave" per sostenere la crescita dell'Italia: "L'Ocse appoggia quelle riforme costituzionali che puntano a ridurre l'incertezza politica contribuendo alla creazione di un clima più favorevole per progredire'' sulla strada della crescita. Se fosse vero che la stabilità politica – grazie al premio di maggioranza e al voto di fiducia al governo espresso dalla sola Camera – è la chiave della crescita, il maggior tasso di sviluppo dell’ultimo mezzo secolo dovrebbe essere stato registrato dalla Corea del Nord. Ma non è così.
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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