Caro Papa Francesco punisca il rancore di certi preti

04 settembre 2014 ore 14:48, Americo Mascarucci
Caro Papa Francesco, tappi la bocca ai preti del rancore, che pretendono di insegnare il Vangelo agli altri essendo poi i primi a trasgredirlo con i loro comportamenti. Preti che sembrano non conoscere parole come pietà, amore fraterno, comprensione, perdono e misericordia; già, proprio quella misericordia che Francesco non si stanca mai di invocare per tutti.
Caro Papa Francesco punisca il rancore di certi preti
  Don Giorgio De Capitani, già parroco di Rovagnate in provincia di Lecco, oggi “esiliato” a Dolzago per volontà dell’arcivescovo di Milano Angelo Scola che dopo anni di “eccessiva tolleranza” ha deciso di rimuovere l’uomo che sul proprio blog ha insultato ripetutamente Silvio Berlusconi fino ad augurargli un ictus cerebrale, il giornalista Antonio Socci e altri esponenti della politica e del mondo cattolico, ne ha combinata un’altra delle sue. Si è scagliato contro la figlia di Massimiliano Latorre, il fuciliere di Marina detenuto in India insieme al collega Salvatore Girone con l’accusa di omicidio, che nei giorni scorsi è stato colpito proprio da un ictus. La ragazza in un comprensibilissimo e quasi naturale momento di rabbia, ha definito l’Italia “paese di m…a”, salvo poi riflettere su quanto scritto e rimuovere il post. La si può condannare per questo? Assolutamente no, soprattutto nel Paese che non si è minimamente scandalizzato quando a pronunciare questa frase contro l’Italia fu, niente meno che sulla Rai emittente del servizio pubblico nazionale pagata con i soldi dei contribuenti, un comico tanto amato dalla sinistra radical chic e dai benpensanti della cultura con la C maiuscola, quel Daniele Luttazzi che amava mostrarsi al pubblico mangiando le feci (di cioccolata ovviamente). Don De Capitani si è subito scandalizzato, al punto da censurare senza appello lo sfogo della ragazza, invitandola ad inginocchiarsi davanti all’India e a chiedere perdono per ciò che ha fatto il padre, indegno di essere definito patriota; perché naturalmente questo pseudo sacerdote così misericordioso e autentico interprete del Vangelo, conosce perfettamente come si sono svolti i fatti, non ha dubbi sulla dinamica della morte dei due pescatori indiani, ha già giudicato e condannato i marò. Non se ne può davvero più di questi preti rancorosi, pieni di livore e di odio contro quanti hanno il torto di non pensarla come loro (un altro noto esemplare è il genovese Paolo Farinella), che provano compiacimento per le sofferenze delle persone al punto da augurare loro il male, seguaci di un Vangelo sui generis, ritagliato su misura per il loro modo di svolgere la missione sacerdotale. Un modo che a noi cattolici, forse un po’ troppo tradizionalisti, fa letteralmente ribrezzo.  
Caro Papa Francesco punisca il rancore di certi preti
Perché, ammesso che la frase della figlia di Latorre sia stata infelice, non si può non solidarizzare con lei, di fronte al dramma che sta vivendo il padre, detenuto in India da tre anni con un capo di imputazione tutto da dimostrare (caro De Capitani noi non coltiviamo certezze come lei fortunatamente), in attesa di un processo la cui legittimità è del tutto discutibile. L’Italia non ha certamente brillato in questa vicenda, non essendo riuscita ad ottenere altro che generiche e poco attendibili rassicurazioni sulla non applicazione della pena di morte in caso di condanna (pensate un po’, questo è il Paese del Manhattan Gandhi). Noi che non siamo preti, comprendiamo e perdoniamo lo sfogo della giovane e ci guardiamo bene dal giudicarla come invece ha fatto De Capitani che almeno, e non è poco, ha evitato di augurarle un ictus, un incidente stradale possibilmente mortale, un cancro ai polmoni o qualche altra malattia di quelle che fanno soffrire molto. E’ vero, la figlia di Massimiliano Latorre deve inginocchiarsi, ma soltanto davanti al crocefisso, alla santissima Vergine, al santissimo Sacramento e affidarsi al Signore Dio onnipotente e alla Madonna, affinché l’aiutino a sopportare il peso della croce che sta portando. A proposito caro De Capitani, lei si inginocchia mai davanti al crocefisso? Forse dovrebbe iniziare a farlo, non per invocare il male degli altri (chissà se adesso anche a me toccherà il privilegio di ricevere l’augurio di una bella ischemia cerebrale), ma per chiedere all’onnipotente che oltre ad insegnarle il mestiere del prete, le faccia ritrovare un po’ dell’umiltà perduta o, come è assai probabile, che non ha mai posseduto.
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