Aylan, quando la morte non è censurata. E gli altri bimbi massacrati?

04 settembre 2015, Americo Mascarucci
Aylan, quando la morte non è censurata. E gli altri bimbi massacrati?
Ha fatto il giro del mondo e ha scosso profondamente le coscienze, la foto di Aylasn il bimbo di tre anni annegato in mare e trasportato dalle onde sulla spiaggia, mentre con la famiglia tentava di fuggire dalla Siria, precisamente da Kobane, la città in cui era nato e che oggi è stata distrutta dall’Isis. 

Il gruppo di profughi siriani, cui apparteneva anche il bimbo, dalla costa turca di Bodrum voleva raggiungere l’isola greca di Kos per approdare così in Europa. Erano a bordo di due imbarcazioni travolte e rovesciate dalle onde. Un dramma quello di Aylan comune purtroppo a quello di tante altre creature innocenti che sono fuggite dagli orrori della guerra con i propri genitori, desiderosi di offrire loro un futuro migliore, e che invece hanno perso la vita in mare. E’ stato giusto pubblicare la foto del corpo senza vita del bimbo siriano? E’ stato opportuno farlo o forse sarebbe stato meglio evitare tanto clamore mediatico? Domande che tuttavia non cambiano la sostanza del problema o meglio della tragedia in atto nel Medio Oriente. Piuttosto è un altro l’interrogativo che in tanti si stanno ponendo in queste ore. 

Per quale motivo si è scelto di divulgare la foto del piccolo Aylan per mettere in evidenza, giustamente aggiungiamo noi, il dramma dell’immigrazione, mentre si continuano a nascondere i corpi dei bambini cristiani, massacrati, crocefissi o impalati dai miliziani dell’Isis insieme ai loro genitori? I bambini non sono forse tutti uguali? Perché un bambino siriano morto in mare mentre tenta di raggiungere l’Europa deve fare più notizia di un bimbo cristiano ucciso in quanto tale? 

Eppure quelle poche foto circolate sui media non soltanto non hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica allo stesso modo di quella di Aylan, ma sono state fatte sparire, censurate ed oscurate perché ritenute “troppo forti” e dunque “inguardabili”. C’è chi ha sostenuto che gli orrori dell’Isis abbiano superato quelli del nazismo tanta è la crudeltà e la spietatezza dei tagliagole contro tutte quelle comunità ostili che tentano di opporsi loro.

Eppure il mondo ha potuto comprendere fino in fondo cosa è stato davvero il nazismo anche e soprattutto dalle foto che raffigurano i bambini ebrei deportati verso i campi di sterminio (la foto più straziante resta sicuramente quella del bimbo con le mani alzate nel ghetto di Varsavia). 

Ma foto ancora più struggenti si possono ad esempio vedere all’interno del campo di concentramento di Auschwitz dove fanno letteralmente rabbrividire i volti di tanti bambini ebrei con il terrore negli occhi, scaricati di prepotenza dai vagoni della morte ed in attesa di essere condotti nelle camere a gas. Foto che fanno male, veri e propri pugni nello stomaco, ma che per anni hanno permesso al mondo cosiddetto civile di interrogarsi sul livello di efferatezza e di crudeltà cui può arrivare l’essere umano. Invece oggi, proprio l’assenza di foto e di immagini, rischia di non far conoscere all’opinione pubblica mondiale il reale dramma dei bambini cristiani della Siria o dell’Iraq caduti nelle mani dell’Isis e uccisi barbaramente con metodi indegni del peggiore medioevo. Un dramma che per la verità non riguarda soltanto i paesi in cui operano i miliziani del Califfato ma anche quei paesi islamici dove il fondamentalismo mostra il suo volto violento e sanguinario, i paesi dell’Africa come la Nigeria dove, per esempio, nessuno ha mai sentito il bisogno di pubblicare le foto dei corpi straziati dei bambini rimasti uccisi negli attentati contro le chiese. 

Si dirà che certe immagini sono troppo forti e quindi impossibili da pubblicare, ma questa è ipocrisia allo stato puro; perché, se esistono nel mondo delle tragedie, queste tragedie vanno purtroppo raccontate e soprattutto documentate in tutta la loro effettiva portata perché il mondo sappia e non faccia finta di non conoscere. La storia non è fatta anche e soprattutto di immagini? 

O si vuole forse facilitare il lavoro dei negazionisti, quelli cioè pronti a ridimensionare sempre e comunque l’entità di certi genocidi di massa (il nazismo certo, ma anche il genocidio armeno per esempio o la sanguinaria guerra dei Balcani). 

Insomma, il rischio alla fine è quello di ridurre la tragedia dei cristiani perseguitati nel mondo ad una specie di “sentito dire” quasi una “leggenda metropolitana”, insomma un qualcosa di reale ma dalle proporzioni tutto sommato limitate. E allora, non possiamo non indignarci di fronte alla foto del corpo senza vita di Aylan e non denunciare la pessima gestione internazionale del dramma dell’immigrazione; non possiamo non commuoverci per la storia di questo bambino fuggito anche lui dagli orrori dell’Isis in cerca della libertà e non interrogarci sul fallimento dell’Occidente nel contrastare e fermare l’avanzata dei miliziani; ma al tempo stesso non ci piace il silenzio sul dramma dei tanti bambini cristiani uccisi a causa della loro fede, i cui corpi sono finiti appesi ad un palo o ad una croce ma le cui foto non sono state ritenute degne di divulgazione per ragioni di opportunità (pelosa?). Storie raccontate da chi è riuscito a fuggire dall’inferno della Siria ma che, come detto, non riescono ad essere testimoniate, oltre che con le parole, anche con le immagini. 

Con il rischio di far passare il messaggio sbagliato che la vita di un bimbo siriano annegato in mare perché profugo non abbia lo stesso valore del bimbo cristiano torturato ed ucciso a causa della propria fede. 


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