Liberalizzazioni, le lobby che hanno fermato Renzi

05 agosto 2015, Luca Lippi
Liberalizzazioni, le lobby che hanno fermato Renzi
In Europa solamente sette paesi possiedono forme di regolamentazione dei fenomeni lobbistici. Può sembrare un assurdo che possa esistere una regolamentazione di un fenomeno che spesso è inclusivo di un’accezione negativa, in realtà, “il cartello” o “una lobby” sono fenomeni ineludibili nel panorama del mercimonio diffuso

Il problema, piuttosto, è che l'Italia è al terz'ultimo posto tra le diciannove nazioni analizzate dall’ultimo rapporto di Transparency International, e in Italia le lobby non sono regolamentate. 

Le lobby hanno influenza sulle decisioni pubbliche e spesso godono del privilegio di accedere preventivamente ai tavoli di concertazione dei settori che ne dovrebbero determinare le sorti. Dato per assunto che peggio di noi in materia ci sono solamente Cipro e Ungheria, nel rapporto di Transparency International per voce del presidente Virginio Carnevali emerge “l'Italia, insieme a Portogallo e Spagna, è tra i cinque Paesi con i punteggi peggiori e dove le pratiche di lobbying e i rapporti tra il settore pubblico e finanziario sono particolarmente a rischio… pratiche che possono mettere a rischio l'intero impianto delle riforme istituzionali ed economiche significativamente ridimensionate anche a causa dell'azione e delle pressioni dei maggiori attori del settore”. 

In un esempio emerge la presenza di ex politici negli apparati dirigenziali dell’industria del gioco d’azzardo, ovviamente tutte le azioni del governo sul settore mirate a favorire l’interesse pubblico subiscono inevitabilmente pressioni sugli attuali membri del parlamento per ritirare ogni azione riformatrice. 

Stesso destino è stato riservato al settore dei trasporti, soprattutto riguardo la liberalizzazione delle licenze Taxi; nel caso specifico mancarono regole di trasparenza e regolamentazione chiare atte a offrire pari opportunità di partecipazione a tutti gli interessati. 

In sostanza, il problema diventa grande quanto più grande è il disinteresse a istituire un registro pubblico obbligatorio dei lobbisti come succede già in sette paesi all’interno dell’Ue. 

Si legge nel rapporto “In Italia in particolare è abbastanza facile passare dal settore pubblico al privato e viceversa, consentendo in questo modo a ex-pubblici ufficiali di andare ad esercitare attività di lobbying nei confronti dei loro passati datori di lavoro”. Questo è il grande problema da affrontare prima ancora di sedere a un qualunque tavolo di riforme. 

Affrontare il problema diventa ancora più urgente se consideriamo che il finanziamento pubblico ai partiti sta migrando progressivamente a un finanziamento privato; sono a rischio gli interessi dei cittadini a vantaggio di quelli “dei potentati”, creando una grossa crepa nei principi della funzione della politica a favore degli individui e non delle lobby. 

Bisogna riservare un’attenzione particolare per tutelare gli interessi dei cittadini in grave pericolo col sistema attuale, regolamentare le lobby e stabilire regole rigide “palettandone” le zone di influenza a scapito della società civile. 

A tale proposito Davide Del Monte (direttore di Transparency International Italia) stabilisce cinque regole imprescindibili: 

1) Un ampio e completo sistema di regolamentazione del lobbying 
2) Registri obbligatori dei lobbisti 
3) Tracciabilità e la pubblicizzazione di tutti gli interessi che hanno influenzato una legge 
4) Periodi di attesa minimi durante i quali non sia consentito ai pubblici ufficiali e agli ufficiali eletti esercitare attività di lobbying 
5) Pubblicazione dei legami politici di chi esercita attività di lobbying.

Possiamo farcela!
autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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