La password della settimana è "Neolingua": cos'è e chi la parla

05 agosto 2016 ore 10:35, Paolo Pivetti
Racconta la Bibbia in Genesi, 2: “Dio, Il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato.”
Non c’è trattato di linguistica che abbia detto di più e di meglio sul valore del linguaggio. Qui la Bibbia mette in evidenza le capacità concesse da Dio alla natura umana: dominare il creato attraverso l’elaborazione del linguaggio e la formazione di concetti. Dare il nome a tutto ciò che gli sta intorno significa per l’uomo averne il controllo. È qui la ragione per cui qualsiasi regime politico è così attento al linguaggio: parole da permettere, parole da proibire, parole da modificare, parole da imporre. Che ciò avvenga attraverso la costrizione violenta della censura nei regimi autoritari o attraverso la morbida, suadente cantilena del politically correct, poco cambia. Anzi, a ben vedere, mentre a un’imposizione autoritaria è pur sempre possibile trovare la forza di ribellarsi; il criterio del dell’attuale politically correct, cioè politicamente corretto, s’insinua nella nostra vita lungo le vie persuasive del buonismo dominante, ben più costrittivo perché agisce sulle coscienze. 
La password della settimana è 'Neolingua': cos'è e chi la parla
Il drammatico tema del controllo esercitato dal potere sul linguaggio fu messo in evidenza sin dal lontano 1948  da un autore che tutti ben conosciamo: George Orwell che in quell’anno pubblicava il suo famoso “1984”.
Vi si anticipava l’idea della creazione, da parte del potere, di una “neolingua”, per sostituire e cancellare la lingua e le lingue tradizionali, e con esse ogni forma di pensiero autonomo rispetto a ciò che il potere centrale vuole si pensi.
Ritroviamo l’ombra di questa trama fantascientifica presente e attiva anche nella nostra attuale vita sociale. Ecco una serie di prescrizioni e veti scendere a cascata da entità oscure, da poteri senza volto come l’ONU o la Comunità Europea giù giù fino agli Ordini professionali dei giornalisti, che fanno buona guardia sul rispetto delle nuove regole nell’informazione. Ed ecco di conseguenza una serie di parole, da zingaro a clandestino, bandite perché ritenute politicamente scorrette. Ma il principio del politicamente corretto fa ben di più che una selezione tra i vocaboli: impone un modo di pensare attenuato, un modo di raccontare “multiculturale”, che faccia perdere alle realtà più drammatiche i loro contorni netti. Il tutto, calato dall’alto
In termini di lingua, il regime fascista, ohibò, aveva stabilito che ci si dovesse dare del voi. Ma l’attuale regime globalizzante fa molto di peggio.

autore / Paolo Pivetti
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