Raid britannici anti-Isis. Ma in Siria ognuno combatte la sua guerra

05 dicembre 2015 ore 17:15, Adriano Scianca
Raid britannici anti-Isis. Ma in Siria ognuno combatte la sua guerra
E sono 14. A tale ingente quantità ammontano infatti i Paesi che a vario titolo stanno facendo alzare i propri aerei sul cielo della Siria. Gli ultimi sono stati i velivoli britannici, che questa mattina hanno effettuato i primi bombardamenti su un giacimento di petrolio in mano all'Isis nell'est del Paese. La Raf dispone già di otto Tornado e dieci droni MQ-9 Reaper presso la base cipriota di Akrotiri. Il contingente è stato rafforzato già stamattina con l'invio di altri due Tornado e sei aerei da combattimento Typhoon. L'intervento britannico arriva a poche ore dalla decisione della Camera dei Comuni, che ha votato a favore, con 397 sì e 223 no, dell'allargamento alla Siria dei raid "anti-Isis", come chiesto dal governo Tory di David Cameron. "Questi terroristi pianificano di ucciderci. Ci attaccano per quello che siamo, non per quello che facciamo", ha tuonato il premier in aula. Quello che preoccupa, tuttavia, è la generale mancanza di coordinamento dei vari attori sul teatro siriano. Ognuno sembra infatti perseguire una propria guerra personale, non sempre in accordo con gli altri, spesso anzi in conflitto (si pensi alla crisi fra Russia e Turchia, ma anche al fatto, per esempio, che Israele ha da poco ammesso di essere della partita e di aver effettuato raid in Siria, sì, ma contro... Hezbollah). A ciò si aggiunga che nessuno sembra avere le idee chiare su cosa fare una volta sconfitto l'Isis, ammesso e non concesso che con i soli raid aerei ci si riesca per davvero. Obama pone come condizione imprescindibile che Assad lasci, Iran e Russia si oppongono, Hollande nicchia, e comunque, anche una volta messo da parte l'attuale leader siriano, nessuno sa davvero immaginare realisticamente cosa fare della Siria post-assadista, tant'è che c'è chi ha ipotizzato una soluzione “balcanica”, con uno spezzettamento del Paese o addirittura la creazione di un preteso “Sunnistan”, che suona già piuttosto minaccioso. Insomma, il caos è grande sotto al cielo siriano. E dietro le belle parole, ognuno sembra perseguire sempre e solo i propri interessi.
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