Giulio Regeni, gli egiziani strumentalizzano la morte: "Non venite"

05 febbraio 2016 ore 21:35, Micaela Del Monte
"Se sei uno straniero, per favore, per favore, non venire in Egitto", sono state queste le parole scritte nella notte di giovedì dall’attivista egiziana Mona Seif su Facebook. Non solo un avvertimento, ma anche una vera e propria preghiera nella speranza che quello che è accaduto a Giulio Regeni non accada più. Non è poi un caso che il suo messaggio sia già diventato un hashtag: #avoid_egypt #GiulioRegeni. 

Giulio Regeni, gli egiziani strumentalizzano la morte: 'Non venite'
Quasi duemila persone hanno condiviso il suo post affidato al suo profilo social: "Non venire in Egitto almeno per adesso — ha scritto Mona — mentre le persone e le autorità sono incapaci di garantirti la minima sicurezza, mentre i media spingono la gente a dubitare di ogni straniero che gira per strada come se fosse una potenziale spia che tenta di distruggere il Paese, mentre ogni poliziotto di basso o alto rango si sente in diritto di detenere e possibilmente torturare chiunque cammini per strada per qualunque ragione e mentre l’esitazione e le paure dello stato spingono tutti a prendere le questioni nelle proprie mani. Per favore state lontani da questo Paese piagato dalla morte e dall’orrore in ogni angolo, finché in qualche modo non troviamo uno spazio sicuro per tutti, quelli che vivono qui e quelli che vengono da fuori".

"Mi dispiace davvero per la famiglia e gli amici di Giulio Regeni — continua il messaggio di Mona —. Ci siamo quasi abituati così tanto alle notizie quotidiane di torture, e le abbiamo accettate come parte integrale delle nostre identità, un prezzo inevitabile della cittadinanza egiziana. Ma non riesco a immaginare come ci si senta a perdere una persona amata in questo modo orrendo in un Paese lontano da casa".

Dal suo messaggio sono stati diversi gli egiziani che hanno seguito l'esempio di Seif e che sui social stanno scrivendo messaggi come il suo: "Se sei entusiasta, hai un brillante futuro e sei intelligente, per favore non venire in Egitto".
Anche la scrittrice Ahdaf Soueif ha scritto su Facebook che c’è "qualcosa di estremamente triste quando una persona viene in Egitto in buonafede per vivere e studiare e viene trascinata dentro quest’incubo, questa realtà violenta ottusa che è il sottofondo delle nostre vite oggi". Anche Ahmed Samy, che era l’insegnante di arabo di Giulio, ha scritto un messaggio sulla linea dei suoi connazionali: "Giulio studiava con me. Era diverso? Sì, lo era. Era una persona sola? No, non lo era. Ci siamo incontrati diverse volte, la prima è stata sufficiente per scoprire che era una persona speciale. Parlava arabo molto bene e cercava di perfezionarsi sempre di più. Chi ha ucciso Giulio? La polizia, dei criminali, o forse il suo amore per un Paese nel quale è arrivato al momento sbagliato. Non lo so, le indagini sono ancora in corso, ma quello che so è che il suo sangue si aggiunge al tanto sangue già versato nella storia che gli egiziani stanno scrivendo". 

Sul web è quindi nata una vera e propria campagna virale per dissuadere gli stranieri dall’approdare in Egitto. Una ribellione a sé stessa innescata dopo l’uccisione di Giulio Regeni da parte di non meglio specificati “professionisti” che hanno torturato, massacrato e giustiziato il giovane giornalista colpevole di dare voce agli operai oppressi del Paese. Una voce troppo forte e scomoda che ora gli egiziani stessi hanno deciso di alimentare.
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