Censis/Aibe: l’Italia è proprio attraente, investitori stranieri la vogliono sempre di più

05 febbraio 2016 ore 15:01, Luca Lippi
Dal monitoraggio effettuato dal Censis con la collaborazione/interazione dell’Associazione Italiana delle Banche Estere (Aibe) emerge uno scenario interessante (non esaltante).
In sostanza manager di imprese multinazionali, investitori istituzionali presenti nel nostro Paese, studi legali che supportano le iniziative di investimento e membri qualificati della stampa estera hanno giudicato l’Italia attraente per il 47,8% del campione, la rilevazione che è semestrale, migliora di 14 punti dall’ultima che era a 33,2%.

Censis/Aibe: l’Italia è proprio attraente, investitori stranieri la vogliono sempre di più
A giudizio degli intervistati, il valore aggiunto rispetto alle condizioni in essere della rilevazione precedente sono per l’85% dalle riforme e per il 59% dall’Expo. Più nel dettaglio, il 42% apprezza l’introduzione di una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro e il consolidamento della crescita occupazionale. Per un altro 13% la riforma può portare ad un aumento dei posti di lavoro e ad una maggiore stabilità per le imprese e le risorse umane. Per un 10,5%, invece, alla crescita occupazionale non seguiranno maggiori certezze per i lavoratori. Scettico sulla riforma in linea generale il 34% degli intervistati: il 21% pensa che il Jobs Act favorisca la trasformazione dei contratti ma non incida sulla disoccupazione strutturale mentre il 13% ritiene che con la fine degli sgravi fiscali si esauriranno anche gli effetti positivi.
Particolarmente apprezzate dal campione di intervistati la qualità delle risorse umane, la stabilità politica, l’efficacia dell’azione di governo, la disponibilità di reti e infrastrutture logistiche e la solidità del sistema bancario. A tale proposito il presidente dell’Aibe Guido Rosa dichiara: “in Italia si ha un’immagine del sistema bancario peggiore di quella che si percepisce all’estero. Nonostante gli attacchi speculativi dei mercati di queste settimane, quindi, il sistema bancario appare solido e in grado di svolgere le funzioni di sviluppo dell’economia”. 
Guido Rosa dice delle cose abbastanza semplici da spiegare seppure in contrasto col clamore mediatico degli ultimi giorni riguardo le vicende bancarie, in sostanza correttamente scinde la problematica di alcune banche dal “sistema”, dove specifica che il “sistema” nel suo complesso è assai solido rispetto ad altri sistemi bancari in Europa (e questo è un dato di fatto storico oltre che oggettivo) mentre la crisi di alcuni istituti di credito è una questione che si emargina nell’alveo della mala gestione di società per azioni come ce ne sono tante solo che negli ultimi tempi colpisce un settore che notoriamente è sempre risultato solido a 360 gradi. Comunque fenomeni localizzati e percentualmente ininfluenti sul sistema. 
Riguardo le considerazioni positive raccolte sulle riforme del mercato del lavoro, è ancora troppo presto per giudicare sia in negativo che in positivo, certo è che se i redditi aumentano numericamente ma non qualitativamente sarà complicato vedere un segnale positivo sulla crescita.
Per quanto riguarda invece burocrazia e fisco, sempre Guido rosa dice: “se da una parte conforta anche la considerazione sul grande capitale umano, vera risorsa del Paese sulla strada del cambiamento dall’altra l’Index 2016 conferma la difficoltà, per gli investitori, a misurarsi con il non funzionamento di tutto quello che è pubblico, dalla burocrazia lenta e farraginosa ai tempi della giustizia civile fino al carico fiscale. Le riforme avviate dal governo sembrano andare nella giusta direzione, ma dobbiamo ricordare che, per essere efficaci, i cambiamenti strutturali nei settori chiave della pubblica amministrazione richiedono tempi adeguati e soprattutto coerenza di attuazione”. In sostanza, volendo tradurre in numeri quanto detto dal presidente di Aibe, per il 74% degli intervistati i fattori prioritari su cui l’Italia dovrebbe agire per ottimizzare la capacità di attrarre investimenti sono la normativa e la burocrazia, per il 61,5% il carico fiscale e per il 44% i tempi della giustizia civile. Per il 49% degli interpellati sconcertano i ritardi nella digitalizzazione e per il 41% manca una strategia generale per la competitività. 
Altro fattore penalizzante riguarda il gap tra Nord e Sud: un processo di riequilibrio permetterebbe di temperare la percezione esterna di un Paese che appare claudicante. 
In conclusione, tra i Paesi più industrializzati l’Italia si trova ancora sotto la soglia della sufficienza. In una classifica che misura l’appeal per un investitore straniero, al primo posto si collocano gli Stati Uniti con un punteggio di 8,15, poi c’è il Regno Unito (7,82) e la Germania (7,77), con Cina e Francia rispettivamente a 6,85 e 6,51. Il nostro Paese si ferma a quota 5,72, preceduto da India (5,87) e Spagna (5,85) e seguito da Brasile (4,74) e Russia (4,59).

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]