Tsipras riforma le pensioni: in Grecia vince la Troika?

05 gennaio 2016 ore 12:19, Andrea De Angelis
Tu chiamale, se vuoi, pensioni. Perché le stesse subiranno una sforbiciata importante, saranno legate alle condizioni del Paese (Pil compreso) e serviranno, di fatto, per accontentare i creditori. Dunque la Troika. 

Anche la Grecia vara la sua riforma pensionistica, richiesta dai creditori nell'ambito del piano di salvataggio architettato da Ue, Bce e Fmi. Per chi andrà in pensione dal 2016 in avanti si prospetta un assegno più leggero - rispetto al sistema attuale - del 15%, per chi si colloca da 750 euro al mese in su, con punte del 30% per i più ricchi. Per chi è attualmente in pensione, non sono previsti tagli. Ma si tratta comunque di una situazione precaria, tanto che verrà comunque effettuato un ricalcolo dei vecchi assegni, sulla base dei nuovi parametri.
Insomma, il governo di Alexis Tsipras - nonostante le promesse di far di tutto per evitare i tagli - deve sacrificare un pezzetto del sistema previdenziale sul tavolo dell'austerity, per fronteggiare un deficit di sistema di circa 800 milioni. 
Il gruppo di ricerca economica Macropolis, come segnala Repubblica.it, sintetizza i punti salienti della riforma, ricordando che si parte dalla fusione dei vari fondi pensione nell'unico Ika, che prenderà il nome di National Social Security Body. Soltanto i fondi di agricoltori e pescatori resteranno attivi, ma per la parte che non riguarda direttamente l'erogazione delle prestazioni previdenziali. Fondamentalmente, il nuovo schema prevede una parte di pensione fissa e una calcolata sui contributi. La prima sarà garantita a 67 anni per chi vive in Grecia da almeno 15 anni. Per una residenza di 40 anni, l'assegno pieno è di 384 euro, ma viene tagliato di un quarantesimo per ogni anno di residenza in meno. La parte variabile, invece, dipende dai contributi versati durante la vita lavorativa (quindi dallo stipendio percepito, con attenzione maggiore ai redditi bassi) e prevede un tasso di sostituzione del reddito crescente (la percentuale dell'ultimo stipendio che si 'porta' in pensione) con l'aumentare dell'anzianità contributiva. 

I pensionati legheranno poi il loro benessere alla crescita complessiva del Paese: le rivalutazioni degli assegni, infatti, dipenderanno sia dall'inflazione che dall'andamento del Pil
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