Il primo piccolo miracolo dopo la visita del Papa in Terra Santa: l'accordo tra fazioni palestinesi

05 giugno 2014 ore 9:00, Americo Mascarucci
Il primo piccolo miracolo dopo la visita del Papa in Terra Santa: l'accordo tra fazioni palestinesi
La visita di Papa Francesco in Terrasanta pare abbia già prodotto un piccolo “miracolo”. Infatti le due fazioni del popolo palestinese da sempre in lotta fra loro, ossia il moderato Fatah del presidente Abu Mazen e il movimento estremista Hamas, hanno siglato un accordo per un governo di unità nazionale che sembra aver unito l’intero popolo palestinese.
Fino ad oggi infatti Hamas ha avuto il controllo della Striscia di Gaza, liberata dagli israeliani in seguito al piano di sgombero dei territori  occupati messo in atto dall’ex premier dello stato ebraico Ariel Sharon, mentre Fatah quello della Cisgiordania. Il governo di unità nazionale sarà presieduto da Rami Hadmallah e composto da personalità super partes, scelte di comune accordo fra i due partiti. Il tutto mentre in Israele sono in corso le grandi manovre in vista dell’elezione da parte del parlamento del nuovo presidente della repubblica prevista per il 10 giugno, l’uomo che prenderà il posto di Shimon Peres. L’uomo forte del Likud, il partito di destra che governa il Paese, è Reveun Rivlin già presidente dell’assemblea parlamentare. E’ lui il grande favorito, nonostante il premier Benjamin Netanyahu lo abbia accettato con molta riluttanza trattandosi di un avversario interno al partito, con il quale i dissidi sono all’ordine del giorno. I laburisti hanno il loro candidato ma si fanno sempre più insistenti le voci di un appoggio a Rivlin reso possibile dalla segretezza del voto parlamentare, proprio con l’obiettivo di imbarazzare Netanyahu eleggendo un presidente della repubblica che sanno essergli ostile pur militando nella stessa area politica. Lo scopo è quello di indebolire la leadership del premier dentro il Likud, dove l’elezione di Rivlin darebbe sicuramente fiato alle correnti anti- Netanyahu che da tempo spingono per un profondo rinnovamento. Il primo ministro, come detto, sul principio ha tentato di ostacolare la candidatura di Rivlin in favore di una personalità a lui più favorevole, ma alla fine ha dovuto arrendersi di fronte all’alto gradimento che il papabile presidente ha riscontrato, non soltanto dentro il partito, ma soprattutto nella società civile. Da parte sua è arrivato dunque un sostanziale via libera, pronunciato a denti stretti, ma comunque arrivato. Netanyahu dunque ha molti grattacapi da risolvere in questo periodo e l’annuncio dell’accordo fra Abu Mazen ed Hamas con tanto di “benedizione” dell’Amministrazione Obama, certamente non gli agevola il lavoro. Gli americani hanno annunciato infatti che giudicheranno il nuovo governo dai fatti. Il che non è certamente un’apertura a 360 gradi, ma nemmeno una chiusura netta e pregiudiziale considerando che le divisioni fra il popolo palestinese fino ad oggi non hanno aiutato il processo di pace. Ormai da tempo i rapporti fra Usa e Israele sembrano irrimediabilmente compromessi, da quando la Casa Bianca ha smesso di sostenere in sede Onu il diritto alla difesa d’Israele contro le aggressioni terroristiche. Anzi, in più occasioni sono stati proprio gli Stati Uniti i primi a censurare certi interventi israeliani giudicandoli sproporzionati rispetto al legittimo diritto alla sicurezza. I contestatori di Netanyahu accusano quest’ultimo di aver rotto la consolidata alleanza con l’America a causa delle sue posizioni estreme, dettate dall’esigenza di mantenere il consenso delle frange ebraiche più ortodosse ed integraliste che non vogliono il processo di pace. Il primo ministro insomma si sente sempre più accerchiato ed isolato in sede internazionale e vede traballare il suo potere se, come teme, anche l’avversario Rivlin, nel caso riuscisse ad essere eletto alla più alta carica del Paese, non mancherà di regolare i conti con lui (Netanyahu infatti a suo tempo giocò un ruolo decisivo nel boicottare la sua rielezione alla guida del parlamento). Ora l’unica speranza è che fra il popolo palestinese prevalgano le posizioni moderate e dialoganti e che la riunificazione politica fra Fatah e Hamas spinga quest’ultima a correggere il proprio estremismo. Del resto la pace conviene a tutti, anche ad Hamas. Chissà che i suoi capi non abbiano iniziato a comprenderlo?  
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