Reportage da Gerusalemme: com'è vivere nella terra senza pace

05 giugno 2015, Americo Mascarucci
Reportage da Gerusalemme: com'è vivere nella terra senza pace
Rientrare da un viaggio in Terra Santa non è proprio come ritornare da una normale vacanza. Per chi ha fede, visitare i luoghi in cui Cristo è vissuto e ha predicato, significa segnare la propria vita per sempre e soprattutto comprendere finalmente tanti aspetti e sfumature che una lettura del Vangelo priva della conoscenza diretta dei luoghi, immancabilmente impedisce di cogliere. 

Ma non è l’aspetto religioso che interessa approfondire. Per anni abbiamo sentito parlare del conflitto fra israeliani e palestinesi, dell’Intifada, dei reiterati tentativi di accordo andati in fumo, dell’odio fra due popoli che non riescono a convivere nonostante i tanti passi avanti fatti nel tempo da uomini di buona volontà. Conoscenze approssimative, determinate dalla lettura dei giornali e dalle immagini televisive, dunque “drogate” perché soggette alla libera interpretazione e ai legittimi convincimenti degli autori dei reportage. 

Poi ci finisci dentro, apri gli occhi e comprendi purtroppo come la pace sia davvero tanto difficile da raggiungere. Vai a Gerusalemme sulla spianata delle moschee dove i musulmani ti sottopongono ad un rigido controllo d’ingresso, guai a portare con te nella borsa oggetti cristiani, crocefissi, rosari ecc. Del resto quella per loro è terra sacra e dunque perché offendere la loro sensibilità? 

Poi ti trovi sulla spianata e vedi arrivare un gruppo di turisti ebrei riconoscibili perché portano la kippah. A scortarli c’è la polizia. La guida ci avverte: “Vedrete fra poco quello che accadrà”. Tempo due minuti ed ecco che tutti i musulmani, uomini, donne e bambini si radunano e iniziano a gridare contro il gruppo di ebrei: “Allah è grande, Allah è il solo Dio”. Lungo tutto il percorso è una processione di grida e di slogan, i musulmani inseguono i turisti ebrei, gli altri più avanti si aggiungono, ed in breve l’intera spianata è in subbuglio, urlano talmente forte, le donne in particolare, che la nostra guida è costretta a fermarsi. 

Ogni ebreo che mette piede lì è trattato così. Se la polizia non ci fosse a scortarli, che ne sarebbe di loro? Poi ti sposti a Betlemme e devi confrontarti con la triste realtà del muro di separazione, con il filo spinato anti scavalcamento e i posti di blocco affidati a soldati israeliani armati fino ai denti. E’ la linea di confine fra Israele e il territorio dell’Autorità Nazionale Palestinese. 

Quante volte abbiamo scritto del muro? Tante, troppe. Anche qui abbiamo sempre sentito ripetere che Israele ha il diritto di difendersi e che il muro serve per controllare che dall’altra parte non entrino terroristi. Un diritto alla sicurezza pienamente legittimo e comprensibile. Poi però ci entri dentro e ti senti prigioniero. Che brutta sensazione! 

Ti senti come se ti mancasse l’aria, cammini per le strade di Betlemme e guardi da lontano la cinta muraria, il filo spinato, i gabbiotti delle sentinelle posizionati in cima al muro, vedi i mitra dei militari pronti a sparare all’occorrenza. “Oddio - pensi - sto nel recinto di un carcere, è l’ora d’aria, oltre quel certo limite non posso andare”. 

Certo, i turisti possono  entrare ed uscire liberamente, ma già il fatto che possano fermarti il pullman, salire a bordo armati,  controllarti il passaporto temendo che tu possa essere un potenziale terrorista, farti domande oltre a quelle che già ti hanno fatto all’aeroporto alla partenza (da dove vieni? Chi ti ha fatto la valigia? Cosa contiene? Dove l’hai lasciata? Ti hanno detto di portare qualcosa in Israele? Hai qualcuno là che ti aspetta? ecc. ma le ragioni di sicurezza anche qui sono comprensibili) e che ti rifaranno quando tornerai in Italia, ti sconvolge. 

E pensi; “santo cielo, io qui ci devo stare soltanto quattro giorni e mi sento un carcerato, limitato negli spostamenti, quasi soffocato. Come possono sentirsi quelli che ci vivono ogni giorno?”. 

La pace! Come si può davvero raggiungere con questi presupposti? La nostra guida, un arabo cristiano di Nazareth ci spiega subito al nostro arrivo all’aeroporto di Tel Aviv che quel Ben Gurion cui è intitolato lo scalo per gli israeliani rappresenta il “padre della patria” l’eroe dell’indipendenza dagli inglesi;  per lui e per gli arabi come lui altro non è che il simbolo dell’occupazione e dell’oppressione israeliana, la causa e l’origine di tutti i mali, perché lui ha voluto lo stato ebraico, lui ha voluto che i musulmani fossero cacciati dalle loro case, lui ha infatuato gli israeliani spingendoli a “rubare” ciò che non era loro, ossia la terra degli arabi, cristiani o musulmani poco importa. 

In Cisgiordania poi dove c’è il muro, comprendi come l’odio verso Israele non sia affatto una prerogativa degli estremisti di Hamas. Lì, nonostante la zona A concessa all’Autorità Nazionale Palestinese la speranza che prima o poi Israele se ne vada e possa essere sconfitto è palese; perché mentre i palestinesi per uscire dal muro devono essere controllati rigorosamente e rispediti indietro se privi dei necessari lascia passare, gli israeliani possono invece entrare dentro, portare via le persone sospettate di terrorismo, fare ciò che vogliono, perché hanno occupato militarmente il territorio. “Vi sembra giusto questo?” ci dicono dentro il muro. 

Ti conforta vedere come in Giordania la situazione sia diversa; lì la pace con Israele c’è stata davvero e lo percepisci dalle parole dell’altra guida, che  pur non nascondendo l’amarezza per l’occupazione israeliana nei territori un tempo giordani, Gerusalemme in testa, spera sinceramente che un giorno la pace possa arrivare in tutta la Palestina, perché ebrei, musulmani e cristiani devono vivere insieme. E lui che è un musulmano più volte a Jerasa, come a Petra e ad Amman, ci invita a pregare per la pace . Dio, Allah, Jahvè, tanti modi differenti di chiamare lo stesso Dio, quel Dio in nome del quale le diverse religioni si fanno la guerra ma nel cui nome tutti dovrebbero essere fratelli, cristiani, ebrei e musulmani. 

Ma la pace è ancora lontana, tanto lontana. Lo percepisci anche dal fatto che l’odio dei padri, dei nonni si è inevitabilmente trasmesso anche sui bambini, sia i figli degli islamici che urlano sulla spianata contro i turisti ebrei, sia i figli degli ebrei ortodossi vestiti di nero, con le barbe lunghe e le trecce. La pace insomma non è di questa generazione e purtroppo rischia di non esserlo nemmeno di quelle future, fino a quando sin da piccoli i bambini anziché lasciati liberi di giocare fra loro saranno spinti ad odiare colui che prega al di sotto o al di sopra del muro del pianto. 

Mahdy la nostra guida giordana non ha perso la speranza e ci crede ancora nella pace e se ci crede lui che in quella terra ci vive, per quale motivo non dovremmo crederci noi che in fondo siamo così lontani? Un’ultima annotazione; si dice spesso che la televisione fa terrorismo psicologico. 

Forse non sarà così, ma di certo non è vero che nei paesi islamici si vive di solo integralismo. In Giordania come in Palestina le ragazze, anche se con la testa coperta, ti sorridono e si fermano a parlare con te, sono gioiose e cordiali, gentili e affabili e pensate accettano anche che tu possa offrirle un gelato, una bibita (il caffè non va molto da quelle parti). 

In una sola parola, c’è vita, una vita che prosegue ininterrotta e gioiosa anche quando il muezzin dal minareto chiama tutti alla preghiera almeno tre volte al giorno e in piena notte. Tu dormi e dici: “che …” ma poi capisci che sei ospite in casa d’altri e anche quella è una tradizione da rispettare. Il sonno perso sarà recuperato al ritorno.
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