Mafia Capitale, Croppi ricorda: “Quando fui allontanato guarda caso Gramazio era capogruppo Pdl...”

05 giugno 2015, Andrea Barcariol
Mafia Capitale, Croppi ricorda: “Quando fui allontanato guarda caso Gramazio era capogruppo Pdl...”
Il titolo del suo libro "Romanzo Comunale" è quanto mai evocativo. Raggiunto da IntelligoNews Umberto Croppi, ex assessore alla Cultura della Giunta Alemanno e direttore della Fondazione Italia Valore, racconta il metodo Buzzi e si dice "non sorpreso" per la seconda fase dello scandalo Mafia Capitale che sta travolgendo Roma.

Si aspettava la seconda ondata dello scandalo Mafia Capitale?

«Se l’aspettavano tutti, è da gennaio che se ne parla, non mi ha sorpreso».


Il Pd, attraverso il presidente Orfini ieri presente in tutte le tv, sta cercando di far passare Marino come baluardo della legalità. Secondo lei è così?

«Iniziamo con il dire che Marino è estraneo alla vicenda e può rappresentare un elemento di cambiamento rispetto a questi metodi. C’è un problema generale però che riguarda il Consiglio Comunale, con componenti arrestati o inquisiti. E’ l’organo che è uscito dalle elezioni che ha profili problematici, anche nella sua composizione attuale. Io non propendo per nessuna tesi, anzi spero che Marino possa portare fino in fondo il suo mandato. Su un eventuale scioglimento dovrà essere il prefetto o il ministero dell’Interno a decidere»
.

Non le sembrano però paradossali le parole di Marino che ha parlato di “giornata di festa”?


«Capisco che per lui possano essere fatti liberatori che gli danno la possibilità di non avere nessun tipo di condizionamento nelle scelte. Speriamo abbia la forza di approfittarne».


Nelle intercettazioni c’è una frase di Buzzi: “Se Marino rimane altri 3 anni e mezzo ci mangiamo Roma”. Come la interpreta?

«Questa intercettazione è precedente agli arresti del dicembre scorso e c’era in quel momento un quadro rappresentato dal Presidente del Consiglio Comunale, da un assessore e da alcuni funzionari che da quello che risulterebbe, usiamo ancora il condizionale, erano a libro paga di Buzzi. Quindi ci si riferiva a quel tipo di situazione là, non si faceva direttamente riferimento a Marino. Da dicembre il quadro è cambiato radicalmente, Marino ne ha preso nozione e ha agito di conseguenza. Ora c’è un magistrato tra gli assessori del Comune di Roma».

Facciamo un passo indietro. Lei era assessore alla Cultura nella giunta Alemanno ed è stato allontanato a metà mandato. Perché?

«Diversi fattori che si sono sommati. C’erano dei metodi consociativi che denunciavo, ai quali mi opponevo ed ero diventato un ostacolo per certi tipi di meccanismi all’interno della maggioranza. Per questo fu chiesta la mia testa, perché volevano persone più malleabili. Alemanno non sapendo come giustificare il mio allontanamento, che non aveva motivazioni e provocò forti reazioni, disse in maniera un po' goffa che era una questione di numeri. Nel mio caso voleva dire che non godevo del consenso di alcuni consiglieri comunali e guarda caso il presidente del gruppo Pdl in Consiglio Comunale era Luca Gramazio…».


Qual è la responsabilità maggiore che imputa ad Alemanno?


«Lui è stato eletto senza dover pagare nessun pedaggio. Nessuno scommetteva sulla sua elezione e aveva avuto un mandato molto ampio dagli elettori che gli chiedevano di interrompere questi metodi clientelari. Aveva la forza per farlo, invece ha creduto di dover proseguire diversamente. Un errore per me clamoroso, che io gli ho segnalato costantemente sia durante il mio mandato, sia dopo, in pubblico e in privato».

Il sistema Buzzi esiste da tanti anni, perché si è ampliato con la giunta Alemanno?

«Ripeto potrebbe trattarsi di un metodo di tipo consociativo, in pieno accordo con l’opposizione, si parla ad esempio della famosa cena con Umberto Marroni (capogruppo del Pd in Consiglio Comunale ndr). Tutto questo avveniva per un accordo esplicito tra maggioranza e opposizione? La rete degli arrestati e degli indiziati sembra dimostrarlo».

Lei Buzzi lo conosceva?

«Non lo avevo neanche mai sentito nominare».

Eppure dalle intercettazioni sembra che vivesse in Campidoglio?


«Per fortuna non riguardava il mio settore di attività».

Come è nata l’idea di scrivere Romanzo Comunale? C’era qualche riferimento a quello che sta emergendo?

«La verità è che fu un mio collaboratore e amico, Giuliano Compagno, a propormi di scrivere un libro e fu lui a inventare il titolo che mi intrigò. Poi c’era la voglia di spiegare i motivi del mio allontanamento e di lasciare una documentazione dell’attività svolta in due anni e mezzo. In realtà non ero convinto della pubblicazione, alla fine dell’estate del 2012, poco prima che in Regione scoppiasse il caso Fiorito ho sentito che nell’aria c’era la necessità di esporsi e rendere note certe vicende. Così in fretta e furia, con il manoscritto pronto da un anno e con un editore che ci ha creduto e ha investito lo abbiamo tirato fuori».

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