La scuola in piazza contro la ‘buona scuola’. Agnese Renzi in classe, i precari in strada

05 maggio 2015, intelligo
La scuola in piazza contro la ‘buona scuola’. Agnese Renzi in classe, i precari in strada
I cortei sono in movimento. E con loro è partito il tam tam dei numeri per dare le dimensioni della protesta. Secondo i sindacati nel d-day della scuola gli istituti scolastici chiusi sono centinaia in tutt’Italia. E la Cgil parla di centomila manifestanti. Roma, Milano, Palermo, Catania, Aosta, Cagliari sono le città dei cortei. 

COSI’ A ROMA. Precari in piazza e Agnese Renzi, moglie del premier, in classe come lei stessa ha dichiarato: è la fotografia del racconto di giornata. Nella Capitale il serpentone dei manifestanti è partito da piazza della Repubblica e si concluderà a piazza del Popolo: si parla di diverse centinaia di docenti in piazza, tra le bandiere rosse della Flc Cgil, quelle azzurre della Uil e quelle della Cisl. Ad aprire il corteo lo striscione unitario dei sindacati di categoria che hanno indetto la protesta con la scritta: “Sciopero generale, l'unione fa la forza”. Ai docenti si sono aggiunti gli studenti medi e tra i vari striscioni che animano il corteo ce ne sono due che hanno catturato l’attenzione di cronisti e telecamere: “I diritti si conquistano a spinta” e “Il Tasso contro la riforma”. 

Ma ci sono anche molti insegnanti che indossano dei foulard con la frase “La buona scuola ci ha tolto la parola” e magliette bianche con lo slogan “Il precariato nuoce gravemente”. A metà mattina la leader della Cgil Susanna Camusso ha raggiunto la testa del corteo romano all’inizio di via Barberini, tra le ‘ali’ di un fitto cordone di servizio d’ordine. Imponente, del resto, la mobilitazione delle forze dell’ordine a tutela della manifestazione. Con la Camusso gli altri segretari confederali, Furlan (Cisl) e Barbagallo (Uil). Quest’ultimo ha commentato a caldo che si tratta della “più grande manifestazione che la scuola abbia mai fatto”. Poi la stoccata al ministro dell’Istruzione Giannini: “A dimostrazione che c'è un ministro che non capisce niente di scuola. Noi siamo per una scuola pubblica, libera e democratica. La scuola non ha bisogno di podestà ma di presidi”.

LE RAGIONI DELLA PROTESTA. In piazza non ci sono solo i precari, quelli di seconda e terza fascia che dovrebbero restare fuori dalle centoventimila assunzioni annunciate dal premier Renzi per il prossimo settembre. Ci sono anche gli insegnanti che un contratto a tempo indeterminato ce l’hanno: entrambe le ‘categorie’ contestano i cosiddetti albi territoriali, i criteri della mobilità, ma anche contro i ‘poteri’ che la riforma assegna i presidi della valutazione delle funzioni degli insegnanti e le agevolazioni fiscali previste per le scuole paritarie contenuti nel ddl che il premier vorrebbe chiudere col voto definito al Senato entro giugno, e i test Invalsi rispetto ai quali c’è già chi nell’ala dura e pura dei manifestanti ipotizza il boicottaggio e il ‘blocco’ degli scrutini tra un mese. 

PD DISSIDENTE IN PIAZZA. Dopo il voto contrario all’Italicum, la piazza. Al corteo sfilano i protagonisti della dissidenza dem e, forse, i futuri leader della scissione dal Pd renziano. Due su tutti: Stefano Fassina e Pippo Civati. Il primo ha attaccato la riforma: “E’ qualche mese che stiamo seguendo la riforma della scuola. Ci sono dei punti inaccettabili come la parte del preside con maggiori poteri che riproduce il modello di un uomo solo al comando. Va cambiata così come le assunzioni dei precari. Non si può sbattere la porta in faccia a persone che hanno mandato avanti la scuola per anni”. Tranchant anche sulle assunzioni annunciate dal governo: “E’ vero, le assunzioni ci sono e in parte sono dovute ma a fronte di ciò c’è un numero maggiore di persone che vengono sbattute fuori dalla scuola. La scuola non può essere una caserma con un uomo solo al comando”. 

Della “buona scuola” a Pippo Civati che proprio dal corteo annuncia il suo imminente addio al Pd dopo il voto per le regionali, ipotizzando anche la costituzione di gruppi parlamentari autonomi, “non piace l'atteggiamento culturale, in questa circostanza gli attacchi violenti ai sindacati e agli insegnanti. Oggi letto una frase che poteva essere pronunciata dal ministro Moratti o dalla Gelmini, da parte della Giannini, che dice che questo è uno sciopero 'politico'. Questo è uno sciopero non politico perché la politica non rappresenta più nessuno perché il Pd ha tradito i suoi impegni elettorali e ha fatto una riforma della scuola lontanissima dalla nostra cultura politica”. Poi un riferimento all’Italicum che mette sullo stesso piano della riforma della scuola: “Dopo l'Italicum questo è un ulteriore strappo, ancora più duro perché riguarda il futuro di questo paese”. 

Ormai è chiaro: ci sono due Pd, uno di lotta e uno di governo. Non solo in Parlamento.

LuBi
autore / intelligo
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