Marò, Di Stefano (Sovranità): "Ci vuole subito l'incidente diplomatico. Andare allo scontro duro"

05 maggio 2015, Lucia Bigozzi
Marò, Di Stefano (Sovranità): 'Ci vuole subito l'incidente diplomatico. Andare allo scontro duro'
“Senza un incidente diplomatico forte, da questa vicenda non se ne esce”. Non ci gira troppo attorno Simone Di Stefano, vicepresidente di CasaPound Italia nel commentare a Intelligonews l’ipotesi di un arbitrato internazionale come exit-strategy del governo. Ma tra Gentiloni che non si sbilancia e il centrodestra che rilancia, Di Stefano spiega ciò che, a suo dire, l’Italia dovrebbe fare. 

Il governo si appresterebbe a chiedere un arbitrato internazionale per stabilire la giurisdizione per giudicare i due marò, ma il ministro Gentiloni gela tutti e dice: non commento le indiscrezioni. Che segnale è?

«Per me è un segnale sicuramente tardivo. Nel senso che l’arbitrato andava fatto tanto tempo fa e doveva essere accompagnato da una rottura, da un incidente diplomatico».

Quando parla di incidente diplomatico cosa intende in concreto? Un esempio?

«Penso al ritiro dell’ambasciatore italiano in India o all’allontanamento di quello indiano in Italia; penso a qualche commessa ritirata alle aziende indiane che vengono qui a fare il bello e il cattivo tempo. Ancora: mettere dazi sulla merce italiana prodotta in India dove c’è lo sfruttamento del lavoro delle persone e poi rivenduta in Italia come merce italiana. Insomma, forme per arrivare a uno scontro duro, anche a livello diplomatico ce n’erano ma andavano adottate molto tempo fa. Comunque, resto dell’idea che senza uno scontro non si vince, nemmeno in un arbitrato internazionale e in tutta questa vicenda col tempo l’Italia ha sempre più perso la faccia»

Gasparri e Vito insistono sulla strada dell’arbitrato. Secondo lei è la direzione giusta a questo punto? 

«Per come si è comportata l’India, penso che si opporrà alla decisione di un arbitrato perché con questa vicenda l’India ha cercato di imporre al mondo un suo peso diplomatico facendo finta di essere come la Gran Bretagna o gli Usa, della serie: faccio come voglio, non sento ragioni, decido io. Francamente, non capisco perché dovrebbe cambiare posizione proprio adesso di fronte alla richiesta di arbitrato internazionale. Se non c’è un pressing diplomatico forte, se non si va a una rottura che poi venga discussa in seno alle Nazioni Unite e all’Unione europea, l’arbitrato ha poco senso perché il marò che sta in India verrà trattenuto lì. Forse noi potremo decidere di non rimandare in India Latorre, ma Girone lo terranno là per sempre. L’unica cosa che si può fare, è una rottura diplomatica forte, che faccia discutere il mondo di fronte all’ingiustizia che l’Italia sta subendo»

Intanto c’è l’ennesimo rinvio dell’udienza al 7 luglio. Secondo lei perché finora i tentativi diplomatici non hanno dato esito positivo? Qual è il problema e dove sta l’errore?

«Il problema e l’errore è quello di andare dagli indiani con la testa china, con l’atteggiamento di chi ha qualcosa da perdere dal punto di vista economico, parliamoci chiaro. Ed è chiaro: ci sono grandi aziende italiane in india che producono; ci sono una serie di rapporti commerciali che non si vogliono rompere. Dal punto di vista economico l’Italia ha molto da perdere – secondo me anche tanto da guadagnare – ma si sta muovendo come un elefante nella cristalleria, un atteggiamento completamente sbagliato: i nostri marò sono innocenti e sono tenuti prigionieri in India, un atto che secondo me è di guerra. C’è sempre tempo per fare la voce grossa ma senza un incidente diplomatico, da questa vicenda non se ne esce»
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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