Pensioni, la Consulta mina il Def ma non si deve sapere

05 maggio 2015, Luca Lippi
Pensioni, la Consulta mina il Def ma non si deve sapere
La sentenza della Consulta che ha bocciato il congelamento della perequazione delle pensioni rischia di mettere in ginocchio l’Italia procurando un danno piuttosto importante anche al sistema previdenziale italiano.

L’Alta Corte, come previsto nella Carta Costituzionale, non deve farsi influenzare da esigenze contingenti. Sulla base di questo principio, ha sancito che la legge voluta dal governo Monti e dal Ministro Fornero contraddice gli effetti naturali della perequazione. La perequazione è necessaria per garantire il potere di acquisto delle somme percepite, dunque l’Alta Corte ha stabilito che nel rispetto dell’articolo 36 della Costituzione (“I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”) e rilevando la contravvenzione all’articolo 3 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”), boccia il congelamento della perequazione.

La sentenza non impone al governo la restituzione ai pensionati di quanto tolto. Chiede all’esecutivo provvedimenti per ripristinare la mancata perequazione sugli assegni ridotti tra il 2012 e 2013, di conseguenza, se non ci fossero misure legislative adeguate da parte del governo per risolvere il problema, ai pensionati colpiti dal “Salva Italia” non resterebbe che fare causa all’Inps, e sarà poi l’Inps a rivalersi sul Governo.

A questo punto, i pensionati potrebbero adire le vie legali, richiedere la rivalutazione degli assegni seguendo le norme precedenti al “Salva Italia” con l’applicazione degli interessi esattamente, come farebbe l’Agenzia entrate con i suoi debitori.

Sono sei milioni gli assegni interessati al caso, d’importo medio tra 19 e 30 mila euro annui; riprendendo la relazione tecnica che accompagnava la contestata norma del “Salva Italia” si legge che il blocco della rivalutazione delle pensioni avrebbe portato risparmi netti sulle uscite dello Stato tra i 3,1 e i 3 miliardi ogni anno, fino al 2018.

Ai 6 miliardi per gli anni 2012 e 2013 se ne aggiungerebbero altrettanti per il biennio successivo, oltre agli interessi. Un buco per il governo che vanificherebbe i benefici garantiti da Bruxelles all’Italia in premio del programma di riforme, del tesoretto non ne parliamo perché non se ne vede traccia. Aggiungiamo che l’UE ha avvertito l’Italia che sta seguendo con attenzione come il governo italiano applicherà la sentenza della Consulta, è ovvio che questo cambia tutto, soprattutto la valutazione del Documento di programmazione finanziaria (Def). 

Ovviamente tutto questo passa sotto silenzio, e la “pratica del silenzio” è stata specificatamente sollecitata da Matteo Renzi che ha ammonito i ministri di non rilasciare dichiarazioni sull’argomento e di tranquillizzare i cittadini e gli osservatori internazionali (ci sono le regionali); di fatto, indiscrezioni interne ventilano il ricorso, verso la sentenza della Consulta, alla Corte suprema di Strasburgo facendo valere il principio che il contenimento della spesa pensionistica è uno dei principali strumenti per il contenimento dei conti previsto nel Fiscal compact.

C’è lavoro per avvocati in cerca di notorietà, e lavoro per il governo che se inciampa, stavolta non si rialza più. Seguiamo con attenzione.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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