Where to invade next, Micheal Moore provoca l'America e... l’Italia

05 maggio 2016 ore 20:05, Andrea Barcariol
Gli amanti di Micheal Moore avranno solo tre giorni per apprezzare sul grande schermo la sua ultima provocazione. Arriverà nelle sale italiane il 9, 10 e 11 maggio Where to invade next ("Qual è il prossimo paese da invadere", distribuito da Nexo Digitals e Good Films in partnership con Radio DeeJay e MyMovies). La pellicola nasce da una premessa: gli Usa non hanno più vinto una guerra dopo il secondo conflitto mondiale, per questo il regista di "Bowling a Columbine" e "Fahrenheit 9/11" decide di imbarcarsi per invadere l'Europa con una "mission" pacifica: rubare il meglio da ogni Paese e portarselo a casa. Copiare insomma, come fanno i cinesi, per risolvere i problemi socio-economici che assillano l’America. Ad aprire il il tour è proprio l’Italia, un vero e proprio paradiso, "dove tutti appaiono come se avessero appena fatto sesso". Otto settimane di ferie pagate, più tredicesima, due ore per l'intervallo del pranzo a casa degli operai, cinque mesi di maternità a salario pieno. Soldi regalati e tanto tempo libero per fare sesso è questa l’analisi tra l’ironico e il semplicistico di Moore che non voglia di soffermarsi sulle tante problematiche esistenti in Italia.

Where to invade next, Micheal Moore provoca l'America e... l’Italia
Nel mirino del regista ci sono governanti, lobby e corporation che hanno tradito l’American Way of Life e incoraggiato guerre inutili e controproducenti per gli Stati Uniti. Il confronto con gli altri Paesi europei, dalla Germania alla Slovenia, dalla Francia alla Finlandia mira a riportare gli Usa sulla corretta via per tornare a essere una nazione più giusta, vivibile e soprattutto democratica. Moore non risparmia critiche al sistema bancario, universitario, sanitario e carcerario, auspicando maggiore potere per  le donne (endorsment per la Clinton contro il pericolo Trump?). In Usa il film è stato un autentico flop al box office, non sono bastate le numerossisime proiezioni gratuite per far partire il fenomeno del passaparola ma, si sa, che gli americani non sono bravi ad accettare le critiche verso il loro Paese, che da sempre considerano un modello di democrazia da "esportare".


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