Giuseppe Stalin, 1953. Beppe Grillo, 2013: "Addavenì Buffone!"

05 marzo 2013 ore 15:20, intelligo
Giuseppe Stalin, 1953. Beppe Grillo, 2013: 'Addavenì Buffone!'
di Abbaia Khan L’ingenua apologia di fascismo compiuta ieri dalla capogruppo dell’ M5S alla Camera, Roberta Lombardi, è l’ennesima dimostrazione che il mai sopito immaginario totalitario degli italiani rappresenta uno dei principali nutrimenti della predicazione grillina. Di questo messaggio, “Intelligo” ha già evidenziato i richiami al nazismo. Oggi, prendendo spunto dalla ricorrenza dei sessant’anni dalla morte di Stalin, ne esploreremo l’altro versante, quello comunista. Calmi! Non ho alcuna intenzione di avventurarmi in ardite analisi comparative delle ideologie novecentesche. Mi limito in premessa solo a ricordare - come ben sa chiunque abbia un minimo di infarinatura di testi liberali - che le corrispondenze sotterranee tra totalitarismi rappresentano da parecchi decenni un robusto filone di studi storico politologici. Vale la pena rammentare una cruda ma efficace immagine di Alain Besancon: nazismo e comunismo sono “gemelli eterozigoti”. Al dunque, che cosa prende il grillismo dallo stalinismo? Il culto della personalità e la repressione del dissenso innanzi tutto. Ma fin qui siamo nei tratti comuni a ogni totalitarismo. Basterà solo notare che, ai dissidenti, Grillo non promette la Siberia ma “calci in culo”, come ha minacciato nei giorni scorsi nel caso in cui che qualche suo parlamentare si ispiri all’articolo 67 della Carta: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. La via psicosociale “staliniana” che Grillo sta ripercorrendo in modo pronunciato è però un’altra ed è di tipica dell’Italia, Paese in cui gli odii di classe sono sempre stati fortissimi. Mi riferisco al fatto che, nel dopoguerra e via via lungo i primi decenni repubblicani, la figura di Stalin è stata percepita dalle masse comuniste italiane sia come quella del “liberatore” sia come quella del “vendicatore” del popolo. I due elementi sono sempre stati in realtà confusi tra loro, perché, almeno nel nostro Paese, non è risultato sempre agevole distinguere l’ansia di giustizia dal rancore. Questo nucleo di sentimenti (ri)vendicativi e giustizialisti si è storicamente espresso in una battuta assai diffusa a livello popolare: “Addavenì Baffone!” , con evidente allusione ai famosi mustacchi portati dal dittatore comunista. “Addavenì Baffone!”. C’era, in quell’auspicio sibilato dai militanti del Pci nei confronti della borghesia e delle classi agiate, l’attesa messianica per l’avvento della Rivoluzione, con il conseguente fuoco purificatore. Di qui, come è stato più volte osservato, il comunismo non è stato da molti vissuto solo come una ideologia volta a combattere la povertà ma come una formidabile arma rivolta contro la ricchezza, in un sogno di purezza che ha trovato varie corrispondenze anche nel mondo cattolico e che ha generato, appunto, il cattocomunismo. Tutti più poveri, tutti più contenti. E’ lo stesso anelito pauperista che ritroviamo nella “decrescita felice” (mutuata da Serge Latouche) vagheggiata oggi dai grillini. L’attesa messianica dei vecchi militanti comunisti di sessant’anni fa è rinata nello Tsunami delle settimane scorse. L’unica differenza sta in una vocale. Ai nostri giorni è infatti più appropriato dire “addavenì Buffone!”, con evidente allusione al mestiere del nuovo “liberatore” e del nuovo “vendicatore”. Ed è probabile che tale mutamento di vocale abbia agito nella memoria profonda di tanti ex elettori del Pd che hanno votato per Grillo. E’ la memoria che sicuramente sarà stata tramandata loro dai nonni comunisti. Resta da capire perché il mito staliniano è sopravvissuto tanto a lungo nell’immaginario popolare italiano. Una possibile spiegazione sta nel fatto che la vecchia classe dirigente del Pci non fece mai realmente i conti con il proprio passato politico ideologico. Stalin non fu mai discusso da Togliatti, ma solo rimosso, cosa che avvenne dopo il XX Congresso del Pcus e il famoso Rapporto Krusciov. Ed è noto che il “rimosso” continua a vivere in forma occulta e sotterranea. Ecco come Salvatore Cacciapuoti, comunista di ferro e stretto collaboratore del Migliore, descrive in un libro di memorie (citato da Paolo Franchi in un suo recente libro) il processo di “destalinizzazione” del Pci dopo la denuncia kruscioviana. Si tratta di un episodio avvenuto durante il Consiglio nazionale del Pci convocato da Togliatti al suo rientro nel 1956 Mosca, dove aveva ascoltato dalla viva voce di Krusciov il racconto dei crimini staliniani. I dirigenti comunisti si aspettavano una dettagliata relazione del leader sul contenuto del Rapporto segreto del segretario generale del Pcus. Invece Togliatti fece in proposito solo brevi e generici accenni. Cosi riferisce Cacciapuoti: “Quando scese dalla tribuna, mi domandò, come faceva sempre: ‘Come è andata?’ ‘Eh –risposi- è andata male’. ‘Perché?’ ‘Non hai parlato della sostanza del XX Congresso, delle critiche a Stalin; avevamo deciso che tu ne parlassi esplicitamente’ . ‘Ah - disse lui - me ne sono dimenticato’”. Morale della favola? Cancellare dalla memoria il totalitarismo non vuol dire superarlo. L’adesione allo stalinismo diviene così un non detto. E piano piano si trasforma in riflessi pavloviani. Che continuano ad agire e a devastare il panorama politico anche dopo sessanta anni. P.S. Da lunedì, alla buvette della Camera dei deputati, non ci sono più le scatole di cioccolatini, le bottiglie di liquore o di spumante ed altri zuccherosi ninnoli che fino alla settimana scorsa adornavano gli scaffali in vetro del celebre bar dentro il Palazzo. E’ probabile che la Burocrazia dei dirigenti amministrativi di Montecitorio voglia rappresentare, in vista dell’arrivo dei deputati grillini (e del loro seguito), un’immagine scarna, povera (anzi, pauperista) della Camera. Da giorni si attende con ansia l’arrivo dei “rivoluzionari”, i quali si apprestano a fare irruzione nella massima Istituzione rappresentativa della Repubblica con uno spirito analogo a quello che guidò i bolscevichi all’interno Palazzo d’Inverno di Pietroburgo nel 1917. Il Palazzo rimane. L’inverno meteorologico sta per finire. Ma sta forse per cominciare l’inverno della politica.
autore / intelligo
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