Prostituzione legalizzata, nuova frontiera contro la dignità (della donna). Ripercorriamo la storia

05 marzo 2014 ore 10:26, Americo Mascarucci
Prostituzione legalizzata, nuova frontiera contro la dignità (della donna). Ripercorriamo la storia
Quando nel 1958 la senatrice Lina Merlin
riuscì a vincere la battaglia che portò alla chiusura delle case di tolleranza, o bordelli come si chiamavano allora, si parlò di un grande traguardo di civiltà. E la Merlin non era una cattolica integralista, bensì un’autorevole senatrice del Partito Socialista italiano. Con l’entrata in vigore della legge Merlin lo Stato rinunciò ad essere “fornitore di prostituzione”, proprio perché fino ad allora l’esercizio della “vendita del corpo femminile” era riconosciuta come un’attività lavorativa a tutti gli effetti con relativo pagamento di imposta. In poche parole lo Stato era il “magnaccia”della situazione. Nel contempo però le ragazze che esercitavano il mestiere erano trattate come cittadine di serie B, schedate in un apposito elenco e marchiate a vita come “mignotte”. Gli uomini frequentavano i bordelli così come si entrava in un bar a consumare un caffé, si divertivano allegramente sfruttando il corpo della prostituta sotto l’occhio vigile della tenutaria, ben attenta a far sì che fosse rispettato l’orario pattuito. Perché a seconda dell’orario di consumazione, cambiava anche il costo della prestazione su cui poi gravava la tassa d’esercizio da versare allo Stato. Le donne erano in pratica come macchinette che a gettone fornivano gli “strumenti” atti a soddisfare il piacere sessuale dell’individuo. Molte di queste donne avevano alle spalle storie di degrado e povertà ed erano finite nelle case di tolleranza perché impossibilitate a guadagnarsi la vita in maniera dignitosa. Molte di loro esercitavano il mestiere consapevoli di essere un oggetto “usa e getta”, ma spesso e volentieri capitava che con qualche cliente in particolare potesse nascere un sentimento capace di andare oltre il semplice piacere sessuale. Ma era impossibile per un ragazzo, specie se di buona famiglia, poter riscattare una di quelle ragazze, offrendole una vita diversa, dignitosa. L’aver esercitato il mestiere come detto l’aveva marchiata a vita. Per non parlare poi di quelle che mettevano pure al mondo i figli, condannati per tutta la vita ad essere “figli di…..”. La senatrice Merlin mise fino a tutto ciò, facendo passare per legge il principio in base al quale lo Stato non poteva “fare cassa” con il corpo della donna, lucrare sulla prostituzione e su una forma di schiavitù inumana quanto moralmente inaccettabile. E fu introdotto nel codice penale italiano il reato di sfruttamento della prostituzione. Era chiaro a tutti che con la chiusura dei bordelli la prostituzione, non a caso definita il mestiere più vecchio del mondo, sarebbe continuata ad esistere. Oggi c’è chi vorrebbe risolvere il problema della prostituzione su strada, promuovendo nuove forme di legalizzazione, attraverso l’istituzione di apposite zone in cui esercitare il “commercio del corpo” sotto lo sguardo attento delle forze dell’ordine ed il controllo fiscale dello Stato. Così come per combattere il traffico di droga c’è chi propone di legalizzare certi tipi di droghe, anche per combattere la tratta della prostituzione si pensa di ricorrere allo stesso metodo. Ma non sempre la strada più semplice è realmente la più efficace, specie quando certe soluzioni pongono seri problemi di ordine etico e morale. Non si può pensare di estirpare il traffico del sesso legalizzandolo, nella convinzione di combattere così il “protettorato” illegale e clandestino. E poi siamo proprio così sicuri che i trafficanti di donne o transessuali stranieri, legalizzando la prostituzione saranno in questo modo eliminati dalla circolazione? Non si tratta di essere ultra cattolici ma di stare dalla parte della dignità della donna. Una battaglia che, da anni, è monopolio dei movimenti femministi laici e radicali prima ancora che dei cattolici. Le prostitute come ripeteva sempre don Oreste Benzi vanno aiutate a rompere le catene della schiavitù, una schiavitù che si manifesta non soltanto nello sfruttamento ma anche e soprattutto nella “consumazione del prodotto”.  E “l’utilizzatore finale” o cliente che dir si voglia,  pur non essendo penalmente perseguibile, è comunque complice di un sistema che lui stesso contribuisce a mantenere.  
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