Grillo-Robespierre si arrende a Renzi: la piazza etica è (di nuovo) morta

05 marzo 2015, Fabio Torriero
Pubblichiamo di seguito l'editoriale del nostro direttore Fabio Torriero ripreso dal quotidiano La Croce:   “Le piazze non funzionano più”, ha declamato sofferente e finalmente problematico Beppe Grillo, certificando una crisi di contenuti, di azione e di comunicazione, che da qualche tempo sta attanagliando, appesantendo, il Movimento 5 Stelle (ormai “5 Stallo”). Preparando il terreno ad una difficile ridefinizione delle strategie e delle scelte politiche da parte dei suoi più stretti collaboratori, pagando prezzi importanti in termini di defezioni; oppure decretando la fine di una stagione che era cominciata con ben altre aspettative e speranze: la purificazione anti-corruzione della cosiddetta partitocrazia e il ricambio dal basso, o via Internet, della classe dirigente del Paese.  
Grillo-Robespierre si arrende a Renzi: la piazza etica è (di nuovo) morta
  Insomma, ridare un sogno all’Italia. Edificare la Terza Repubblica, considerando il fiasco della seconda. C’è una fotografia che ora, riflettendo, è utile riprendere e ricordare: quella del confronto-duello in diretta streaming tra i grillini e Bersani prima, e tra Grillo e Renzi poi (con le rispettive basite delegazioni di sfondo). In quegli scontri mediatici, lessicali, umani, politici ed “etici” (per auto-attribuzione), nella loro ricostruzione, c’è tutta la sostanza di una mancata rivoluzione, quella grillina. Se Grillo aveva vinto, o sembrava aver vinto a parole, secondo gli umori popolari (accusando Renzi di essere sostanzialmente il nuovo Berlusconi, il mix tra lui e Vanna Marchi, di essere uomo delle caste e burattino delle lobby economico-bancarie), in realtà aveva perso. Come abbiamo visto oggi. Proprio in quella sede si era già manifestato il mito incapacitante dei 5 Stelle, obbligati a compiere una rivoluzione o a perdersi inesorabilmente nella morsa dell’antipolitica che divora se stessa. Sì perché, e lo si è capito chiaramente, seguendo tutti i successivi passaggi parlamentari dei grillini, oscillanti tra l’accettata, la ghigliottina e il dialogo col sistema, il Movimento aveva, come continua ad avere, un dna essenzialmente anti-parlamentare. Questo è e resterà il suo vulnus: o sfascia il sistema con un atto di forza esterno, chiudendo il parlamento (ipotesi impraticabile), o conquista la maggioranza assoluta dei seggi per governare come dice lui, secondo il suo programma, trasformando e stravolgendo le istituzioni, senza mediare, senza alleanze; o si disperde, evapora, confinato nel velleitarismo e nell’astrazione. Questa mancanza di incisività, tra l’altro, ha fatto prevalere la filosofia riformatrice di Renzi. Il premier, infatti, ha imposto la sua dicotomia, il suo bipolarismo: costruttori contro gufi, ottimisti contro catastrofisti, riforme concrete contro proposte inutili e irrealizzabili. In soldoni, Renzi si è mosso, Grillo è restato fermo, al di là della virulenza sempre più evidente dei suoi discorsi e proclami, segno piuttosto di debolezza. Lo schema, dunque, l’ha imposto il premier. Uno schema che ha finito per erodere pure parte dei consensi, quelli più moderati, che il movimento aveva rastrellato tra i delusi di Silvio, i delusi del Pd e il non-voto. La piazza, quindi, per esplicita ammissione del suo leader, ha tradito Grillo. Il suo Capo. Quella piazza populista ed etica che avrebbe dovuto creare le condizioni per una democrazia diretta e non più delegata, non più nelle mani dell’Ancien Regime e del suo vetusto verticismo. Il Movimento si è burocratizzato, impaludato (si legga la decisione di creare un direttorio) e ha perso la sua iniziale verve, la sua freschezza alternativa. Una piazza non televisiva alla Berlusconi (e anche su tale argomento Grillo ha riconosciuto l’errore di aver impedito ai suoi la partecipazione alle trasmissioni più importanti, nel nome e nel segno della non contaminazione etnica), ma “piazza virtuale della rete” che, tra l’altro, ha appalesato i suoi limiti e i suoi rischi (di vellicare la parte peggiore del popolo, la pancia, le paure, il nero, la rabbia). Soluzione ora? O Di Maio, Di Battista e soci, decideranno di lasciare il Palazzo, o si condanneranno ad un Aventino permanente, o inizieranno a collaborare, trasformandosi in un partito come gli altri. Lasciando per strada altri dispersi più dialoganti o altri puri e giacobini, sempre più arrabbiati. Stiamo parlando del “suicidio di Robespierre-Masaniello” che, come è noto, ha trovato rivoluzionari più puri di lui, democratici più democratici di lui, ghigliottinatori più ghigliottinatori di lui. Come dimostra la storia e la nostra storia. In Italia, il Fronte dell’Uomo Qualunque del commediografo e teatrante Guglielmo Giannini (quasi un collega di Grillo), il Partito monarchico popolare (Leoni e Corona) del Comandante Achille Lauro, certo Msi degli anni Settanta, certo giustizialismo della sinistra (alla Di Pietro) e certo moralismo giacobino dell’estrema sinistra (i Girotondini), hanno avuto molte caratteristiche in comune, se si ha la capacità di analizzare i fenomeni politici, al di là degli opposti estremismi (l’antifascismo e l’anticomunismo). Ossia, partenze al fulmicotone, boom di consensi, il pregio di rappresentare le esigenze della gente, il male e il bene eticamente separati in politica, il Nemico sempre ben accertato fisicamente (la casta, Berlusconi, i ladri, il regime, la corruzione, le poltrone etc). Caratteristiche in comune e stesso destino: l’implosione, l’assorbimento, il creare situazioni particolari che altri raccolgono. Vengono triturati e ingoiati dalle leggi delle istituzioni, dalle regole della politica, che sono poi, le regole della democrazia. Se Grillo ha rappresentato la versione virtuale della piazza fisica berlusconiana e l’ulteriore declinazione del partito leaderistico-carismatico, adesso il primato della palla della piazza “anti” spetta a Salvini, nuovo simbolo di un modello Le Pen versione tricolore. La piazza di Salvini è meno virtuale, ma sempre altamente condizionata dai social, e sta occupando lo spazio vitale dell’ex piazza grillina. Alcuni temi d’ordine sono gli stessi: l’incertezza del futuro, il popolo contro i corrotti, contro i ladri, lotta all’euro, ordine e sicurezza, con l’aggiunta tradizionale delle battaglie storiche della Lega, dagli immigrati al terrorismo islamico, dalla crisi economica causata dalle caste alle autonomie dei popoli italici. A questo punto è lecito chiedersi: quanto abbiamo bisogno di piazze etiche? Il populismo, che semplifica il linguaggio politico, si rivolge direttamente alla gente, saltando i partiti, migliora o peggiora la polis? Il populismo è democrazia, oppure prepara l’avvento di nuovi tiranni “democratici”? Domande con risposte ovvie. Forse sarebbe il caso di lavorare per riportare nelle istituzioni un po’ di aria nuova, non eludendo il grande tema dei valori, della funzione pedagogica della comunicazione e della politica, intesa come amore per la polis, la res-publica. Una speranza che dovrebbe farci uscire dall’idea che la piazza becera sia la risposta al grigiore e inefficienza della casta. E qui il ruolo dei cattolici, per una comunità virtuosa e il primato della relazione (sulla massa e le pulsioni dell’io), è fondamentale e non più rimandabile.
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