La password della settimana: vietato vietare

05 marzo 2016 ore 8:00, Paolo Pivetti
Molti l’hanno creduta solo una battuta intelligente, una trovata brillante di giovani ribelli; invece “Vietato vietare”, slogan principe del Sessantotto, è stato ed è assai di più. Urlato nelle piazze, ipnotizzava le menti insieme con altri slogan come “L’immaginazione al potere” o “Corri compagno, il vecchio mondo ti sta dietro”, galvanizzava i cuori come tanti altri slanci lirici tipo “Diamo l’assalto al cielo”, “Fate l’amore non la guerra”, “Immagina”, “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”, esortava a serrare i ranghi della lotta di classe insieme con altri pesanti ritornelli tipo “Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi”: oggi, tutta merce da mercatino dell’usato; ma per anni e anni, materia incendiaria per cuori e cortei.
La password della settimana: vietato vietare
Ma mentre le altre parole d’ordine della cosiddetta rivoluzione sono scadute da tempo e hanno trovato una loro dignitosa collocazione, insieme con la rivoluzione stessa, nel cuore nostalgico dei sessantottini ormai settantenni; questo “Vietato vietare”, slogan, motto, o parola d’ordine che dir si voglia, è diventato, senza che ce ne rendessimo conto, la password filosofica ed etica di tutta una concezione del mondo e ha fatto da grimaldello al pensiero unico di discendenza marxista. E oggi, a cose fatte, ne raccogliamo le conseguenze.

Se ci si accapiglia per la stepchild adoption in vista di render lecito per tutti l’utero in affitto, domani anche attraverso l’assistenza sanitaria, è perché alla fonte di questo come di altri diritti rivendicati con ferocia c’è proprio l’idea che è vietato vietare: lo slogan utopico d’una volta è diventato conquista irreversibile. Perché secondo il pensiero unico dettato da un’elite e imposto attraverso la quasi totalità dei media alle masse, non è più lecito porre limiti ai desideri. Anzi, molto di più, i desideri hanno la possibilità di diventare legge se soltanto riescono a trovar posto nell’ampio elenco dei diritti civili.

Nicola Porro parla della via socialista alla fabbrica dei figli, che corona “l’orribile sogno di una sinistra che ci vuole tutti innaturalmente uguali”.
Si sa che dobbiamo combattere le disuguaglianze dovute a soprusi e ingiustizie.
Ma la disuguaglianza in sé, tra più bravi e meno bravi, tra più intraprendenti e meno intraprendenti, ferme restando le regole del vivere civile, è giusta. È per esempio, per dirla in termini evangelici, la differenza tra chi ha investito coraggiosamente i suoi talenti e chi li ha seppelliti lasciandoli infruttuosi. Ma in questa marea montante neosocialista si vuol portare la lotta alle disuguaglianze addirittura oltre i limiti che la natura stessa ha da sempre fissato, per esempio offrendo a una coppia omosessuale il presunto diritto civile alla maternità-paternità. Perché impedirglielo? Perché vietarglielo? Ormai da cinquant’anni, nel mondo dei tutti uguali è vietato vietare.
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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